L’Arché

Alla sorgente del desiderare…

 

2. Archeologia del desiderio

 

Quando al terzo anno del Liceo Scientifico cominciai a studiare la filosofia, rimasi profondamente impressionata nel constatare come l’uomo, sin dai tempi antichi, ha sempre ricercato e desiderato conoscere il principio di tutte le cose: l’Arché.

Da Talete (585 a.C.) in poi, una sfilza di uomini si sono interrogati per comprendere la natura delle cose e dell’uomo, fino ad arrivare a San Giovanni l’evangelista, che in virtù dell’esperienza e della conoscenza di Gesù Cristo, poté affermare nel bellissimo prologo:

«In principio era il Verbo,

e il Verbo era presso Dio

e il Verbo era Dio».

 

Al di là della conoscenza della storia e della filosofia, ciò che a noi importa è cogliere l’atteggiamento di questi uomini, che seppur andavano a tastoni in un buio senza luce (Cfr. Gb 12, 25), almeno avevano l’onestà di ascoltare i tanti “perché” che sorgevano nella loro mente e nel loro cuore!

Per molti, invece, sembra che questa domanda: “Perché?”, sia permessa solo ai bambini, ai quali sin da piccoli vengono imposti schemi e risposte preconfezionate, che ben presto hanno il potere di affievolire l’anelito a ricercare la verità  delle cose, dell’uomo, delle intenzioni sui ragionamenti e sulle consuetudini umane. Basti pensare alla travagliata vicenda di Cristoforo Colombo…

Se non fosse stato per la sua impertinente audacia e di quella di molti altri, “forse oggi penseremmo ancora che la terra sia una piattaforma circoscritta tra l’Europa e l’Asia”!

Se ricordate, nel volantino “Anche Dio è ambizioso” abbiamo preso in considerazione la prima tappa dell’itinerario vocazionale, che prevedeva “il primato di Dio”.

Ogni vocazione è “una parola uscita dalla bocca di Dio, per la Chiesa e per il mondo intero” (p. C. Del Zotto).

Tuttavia, come è stato necessario per i profeti, per gli evangelisti, ecc., prima di tutto ascoltare e poi tradurre la Parola “rivestendola” del nostro linguaggio umano, perché potesse diffondersi il messaggio della salvezza, così è altrettanto necessario ascoltare il disegno di Dio su di noi attraverso la “traduzione” e la giusta interpretazione di tutto ciò che di umano c’è in noi.

Prima di tutto bisogna imparare ad ascoltare la propria

storia personale,

luogo in cui si cela il mistero di Dio.

È necessario nel cammino di discernimento vocazionale accogliere la provocazione di quella parola del Signore che dice: «Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere […] per sapere quello che avevi nel cuore» (Dt 8, 2).

È il Signore, tuo Dio” che ti ha fatto percorrere il cammino che è la tua storia. È suo il primato non solo dalla storia universale ma anche della storia personale di ogni uomo.

Scoprire le stracce di Dio in tutta la propria storia dunque, significa mettere assieme, come si fa con i puzzle, tutti gli eventi del proprio vissuto, riscoprendone non una scomposta cronologia di fatti scollegati tra loro ma un disegno inedito e meravigliosamente unico del Creatore.

Al Suo disegno va ricondotta l’epoca storica in cui siamo nati, che attende una risposta ed il nostro contributo costruttivo; i genitori ai quali ci ha affidato, anche se non sempre sono esempio e modello per i figli; tutte le persone che abbiamo incontrato; le esperienze che abbiamo vissuto, positive e negative; le proprie emozioni e i

desideri…

Ogni nostro desiderio rivela un po’ della verità della nostra persona, le aspirazioni più profonde, ciò a cui probabilmente siamo chiamati a divenire.

In tal senso potremmo dire che ogni desiderio è un po’ anche desiderio vocazionale, anche quel desiderare tante volte implicito e nascosto in certe trepidazioni, lotte, domande, tensioni, o anche paure, dubbi, conflitti, o persino negli istinti e pulsioni naturali… tutto ci conduce a intraprendere questo viaggio verso la sorgente del desiderare umano ove il giovane si imbatte inevitabilmente con il progetto di Dio su di lui…

Si tratta dunque di “scavare il desiderio”,  per giungere a identificare che all’origine di ogni nostro desiderio vi è l’unico desiderio di Dio, di vedere il suo volto e di realizzarsi nella sua prospettiva (A. Cencini).

 

 

Carissimi Giovani,

so che vi sto proponendo una cosa particolarmente complessa e che la “cultura del frammento” di questa nostra post-modernità non aiuta in tal senso.

Anch’io, figlia di questa generazione, ho cercato spesso di dissetare la mia sete in cisterne screpolate (Cfr. Ger 2, 13), in pozzi ove l’acqua non disseta (Cfr. Gv 4, 13)… e proprio presso quei “pozzi profondi” Gesù, nella sua grande umiltà,  si è lasciato incontrare.

A me, che cercavo di appagare una sete inestinguibile, Lui ha chiesto

«Dammi da bere» (Gv 4, 7).

Quanti dubbi sono nati in me da questa sua richiesta; quante domande per capire qual’era il dono di Dio (Gv 4, 10) che era dentro di me e che aspettava di essere conosciuto.

Per questo ribadisco che la conoscenza di se stessi è fondamentale nel cammino del discernimento vocazionale, affinché si possa pian piano giungere alla distinzione tra una “conoscenza sincera” di noi, che si sofferma solo ad esaminare e dire quali sono i propri sentimenti e le proprie emozioni; e una “conoscenza vera” di noi, che si sforza di giungere a scoprire la radice, la sorgente dei nostri sentimenti, emozioni e desideri.

È difficile, lo so… ma come dice un antico proverbio greco

le cose belle sono difficili!

 

Non lasciatevi scoraggiare,

non arrendetevi davanti ai fallimenti.

Cercate piuttosto una persona che vi aiuti in questo cammino.

Chiedetela al Signore,

non vi deluderà!

Io pregherò per voi:

 

Sr. Chiara Myriam