Il Figlio del falegname

 

 

Carissimi Fratelli e Sorelle, 

quando ascolto o leggo questa espressione con la quale nei Vangeli viene definito Gesù e cioè: “Il figlio del falegname” (Mt 13,55), il mio cuore si riempie di stupore e mi commuovo profondamente.

Mi sembra una cosa così grande che il Dio eccelso, Creatore del Cielo e della Terra, non solo abbia assunto la natura umana, ma abbia anche condiviso in tutto la condizione della povera gente, del più comune degli uomini, partecipando anche all’umile dimensione del lavoro.

Quelle dita che hanno creato e, per così dire, posato nel posto giusto miriadi di stelle nel firmamento del cielo, quelle mani che hanno dipinto i monti e fatto fiorire i prati, alimentato le sorgenti, creato il letto ai fiumi e ricamato e intessuto ogni essere umano nel grembo materno, hanno anche faticato in una piccola falegnameria di un piccolo paese e hanno avuto a che fare con legno, trucioli, pialla, polvere e… sicuramente anche con qualche cliente petulante.

Che meraviglia!

TUTTO CIÒ CHE IL VERBO HA ASSUNTO LO HA REDENTO. 

Com’è bello pensare che Nostro Signore Gesù Cristo ha condiviso tutto della nostra vita, eccetto il peccato: le fatiche, le gioie, le tribolazioni, l’amicizia, ecc… e persino l’umile lavoro quotidiano.

Carissimi, voglio farvi una confidenza: a me piace molto lavorare, lavoro volentieri e mi piace qualsiasi tipo di lavoro, da quello più umile a quello più nobile, anzi sono convinta che non esista un lavoro meno nobile di un altro.

Da buona figlia di S. Francesco e S. Chiara D’Assisi, credo che il lavoro, prima di avere un fine ascetico o funzionale (finalizzato cioè al sostentamento economico), abbia soprattutto il fine di glorificare Dio.

IL LAVORO È UN DONO, UNA GRAZIA. 

Con un atto di grande fiducia, Dio ha affidato all’uomo il compito di custodire la creazione e di realizzare sempre nuove conquiste. Il lavoro va svolto perciò con fedeltà, competenza, zelo e precisione. Attraverso di esso siamo chiamati a restituire a Dio,  moltiplicati,  i talenti che  abbiamo  da  Lui  ricevuti.   Durante  lo

svolgimento del nostro lavoro poi, non dobbiamo mai perdere di vista che stiamo lavorando  per  la  gloria  di  Dio  e  per  l’utilità  dei  fratelli.   Proprio   per  questo

dobbiamo mettere tutta l’attenzione e l’amore possibili, memori che il Figlio di Dio ha santificato il lavoro, non disdegnando di compiere i lavori più umili, lavorando con le Sue stesse mani.

Alcuni, che conoscono poco la vita che si svolge dentro un Monastero, non sanno che la nostra vita, integralmente contemplativa, e quindi principalmente dedita alla preghiera, è però una vita anche molto laboriosa.

Spesso le mie giornate iniziano molto all’alba e ben mi si addicono le parole del Sal 108,3: “Voglio svegliare l’aurora”. (Così come la sera nessuno mette in pratica meglio di me le parole del Sal 4,9: “In pace mi corico e subito mi addormento”…)

Fra gli altri servizi che svolgo in Fraternità, mi piace lavorare in “falegnameria” (come il mio Sposo del resto), mi occupo infatti anche della realizzazione di icone, quadri e portachiavi in legno.

Ecco, vi confido che, spesso la sera sono “super” stanca, ma anche “super” felice e mi piace pensare che anche Gesù la sera era stanco, dopo una giornata estenuante di lavoro o di apostolato, ma felice. Questo mi riempie ancor più di gioia.

Come sono felice di essere la sposa di questo Falegname!

Quando guardo le mie mani, non del tutto raffinate, penso alle Sue, che non solo hanno avuto probabilmente qualche callosità a motivo del lavoro che svolgeva, ma sono state anche forate dai chiodi, per amor mio, per amor nostro.

Carissimi, ho un desiderio un po’ folle, ma so che voi ormai mi comprendete, quando chiuderò gli occhi su questa terra, vorrei che le mie Sorelle, sopra l’abito religioso, mi cingessero anche il grembiule. Proprio quello che uso nei miei lavori quotidiani.

Vorrei che S. Pietro (chiudendo un occhio sul resto…) mi riconoscesse subito come l’umile sposa dell’Umile Servo di Jahwé: Gesù di Nazareth. Mio Signore e mio Dio. Amen!

 Con grande affetto:

Sr. Ch. Cristiana Scandura osc 

 

Il Figlio del falegname pdf

Audio: Cantico D’amore

 

 

Testo e musica: Sr. Ch. Cristiana Scandura osc

Arrangiamento: Samuel Sciarra

 

Angelo di Dio che sei il mio custode…

Carissimi Fratelli e Sorelle,

tra tutti i doni che il Buon Dio ci ha fatto e per i quali siamo tenuti a renderGli vive azioni di grazie, ce n’è uno su cui oggi voglio fermarmi a riflettere, insieme a voi, per prenderne sempre più coscienza e per benedire il Signore: il dono dell’Angelo Custode.

Una delle prime preghiere che s’imparano e una delle ultime che si dimenticano, è quella rivolta all’Angelo custode. Concisa e ritmata, sembra adatta ad imprimersi nella memoria. L’invocazione all’Angelo Custode, di certo appartiene all’infanzia di ciascuno di noi, ma non per questo il suo significato è destinato a smarrirsi quando diventiamo adulti.

Dal suo inizio e fino all’ora della morte ogni persona è affidata alla speciale protezione di un Angelo che se ne prende amorevole cura per guidarla sui sentieri della vita. L’esistenza di questi esseri spirituali incorporei, che la Sacra Scrittura chiama abitualmente “Angeli” è una verità di fede largamente testimoniata dalla Sacra Scrittura e dalla Tradizione.

Chi sono gli Angeli?

Sant’Agostino ci illumina a questo riguardo spiegando che la parola “Angelo” designa l’ufficio, non la natura. Egli dice che se si chiede il nome di questa natura si risponde che è spirito, se si chiede invece la missione si risponde che è “Angelo”.

Gli Angeli sono servitori e messaggeri di Dio.

Come recita il Sal 103,20, essi sono “potenti esecutori dei suoi comandi, pronti sempre alla voce della sua parola”.  Gli Angeli sono creature puramente spirituali, personali e immortali, che superano in perfezione tutte le creature visibili.

L’angelo incarna e concretizza la sollecitudine di Dio per ogni uomo. Il nostro Angelo Custode non è nient’altro che espressione del fatto che ognuno di noi è conosciuto, amato e seguito in maniera del tutto personale da Dio. L’Angelo Custode è il pensiero d’amore che Dio nutre per ciascuna persona, tradotto in realtà.

Cristo è il centro del mondo angelico

«Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli […]» (Mt 25,31). Sono suoi perché creati per mezzo di lui e in vista di lui: «Poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: troni, dominazioni, principati e potestà. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui» (Col 1,16). Sono suoi ancor più perché li ha fatti messaggeri del suo disegno di salvezza: «Non sono essi tutti spiriti incaricati di un ministero, inviati per servire coloro che devono ereditare la salvezza?» (Eb 1,14).

Essi, fin dalla creazione e lungo tutta la storia della salvezza, annunciano da lontano o da vicino questa salvezza  e servono la  realizzazione del disegno salvifico  di  Dio: la Legge viene comunicata mediante il ministero degli angeli, essi guidano il popolo di Dio, annunziano nascite e vocazioni, assistono i profeti, per citare soltanto alcuni esempi. Infine, è l’angelo Gabriele che annunzia la nascita del Precursore e quella dello stesso Gesù.

Dall’incarnazione all’ascensione, la vita del Verbo incarnato è circondata dall’adorazione e dal servizio degli angeli. Quando Dio «introduce il Primogenito nel mondo, dice: lo adorino tutti gli angeli di Dio» (Eb 1,6). Il loro canto di lode alla nascita di Cristo non ha cessato di risuonare nella lode della Chiesa: «Gloria a Dio…» (Lc 2,14). Essi proteggono l’infanzia di Gesù, servono Gesù nel deserto, lo confortano durante l’agonia,  quando egli avrebbe potuto da loro essere salvato dalla mano dei nemici come un tempo Israele.  Sono ancora gli angeli che evangelizzano  la Buona Novella dell’incarnazione  e della risurrezione  di Cristo. Al ritorno di Cristo, che essi annunziano,  saranno là, al servizio del suo giudizio” (CCC 331-333).

Carissimi, personalmente ho una devozione, un affetto, un amore grande, anzi immenso verso il mio Angelo Custode e una gratitudine altrettanto smisurata verso il Padre Celeste che me lo ha donato.

Spessissimo invoco il suo aiuto, si può dire che facciamo tutto insieme. Gli ho pure dato un nome, ve lo confido: io lo chiamo Christian. Mi piace chiamarlo per nome, me lo fa sentire più vicino ed avere più confidenza in lui.

Quando non posso arrivare fisicamente alle persone che vorrei consolare o soccorrere o proteggere, mando lui in vece mia a sussurrare parole di conforto, ad accarezzare, a tergere lacrime o semplicemente a portare il mio affetto e la mia vicinanza spirituale. Il nostro Angelo Custode è felice quando gli affidiamo queste incombenze o gli chiediamo di aiutarci, ci è stato donato per questo. Quanto mi piacerebbe che il Santo Padre indicesse un Anno Santo speciale dedicato proprio agli Angeli Custodi, se lo meritano per tutto il da fare che gli diamo.

Perché non dai anche tu un nome al tuo Angelo Custode?

 Il Signore è sempre vicino e operante nella storia dell’umanità e ci accompagna anche con la singolare presenza degli Angeli Custodi che sono ministri della divina premura per ogni uomo. A Lui lode e gloria nei secoli. Amen!

 Con grande affetto:

Sr. Ch. Cristiana Scandura osc

 

Angelo di Dio pdf

Audio: Il tuo Angelo

Testo e musica: Sr. Ch. Cristiana Scandura osc

Arrangiamento: Samuel Sciarra

E il Verbo si fece carne

Carissimi Fratelli e Sorelle,

mi ha sempre colpito un grido, un’implorazione, presente nell’Antico Testamento, che esprime il desiderio e l’anelito più profondo del cuore umano, il desiderio di Dio:

“Se Tu squarciassi i cieli e scendessi!” (Is 63, 19)

Uscito dalle mani del Creatore come un vaso dalle mani del vasaio, l’uomo porta in sé la nostalgia di Dio e nessuna cosa o persona riesce ad appagare il suo cuore all’infuori di Lui. Dopo tante ricerche condotte in tal senso, S. Agostino si rese conto che il cuore dell’uomo è inquieto e non riposa se non in Dio.

È Dio che mette nel nostro cuore la sete di Lui, di cui portiamo l’impronta, è Dio che il nostro cuore cerca e desidera, è Lui che mette nel nostro cuore desideri più grandi di noi.

Questo anelito ha trovato piena soddisfazione quando, nella pienezza dei tempi:

“Il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1, 14).

 A Natale non celebriamo il giorno della nascita di un personaggio importante come ce ne sono molti. Con il Natale è avvenuto qualcosa di più: il Verbo si è fatto carne. Il Verbo si fa carne, entrando nella storia, dandole senso pieno e orientamento. Egli è l’origine e il fine di tutte le cose.

Dio sceglie di nascere in un piccolo villaggio: Betlemme. Attualizzando la Parola, in questo tempo di prova che stiamo vivendo, diciamo che possiamo stare a nostro agio, perché le difficoltà quotidiane, le tribolazioni, la piccolezza, la povertà sono di preferenza i luoghi visitati da Dio. Visitati e redenti. Visitati e benedetti con la Sua Presenza.

Quando Maria riceve l’annuncio da parte dell’Angelo, è invitata a gioire con queste parole: “Rallegrati, o piena di grazia, il Signore è con te”. Anzitutto “rallegrati”. Ma come? Maria vive in un tempo di oppressione, in Israele c’è la pesante dominazione romana, ella conoscerà l’esilio in Egitto, la morte di tanti innocenti, sperimenterà pian piano una spada che le trafigge il cuore, ecc. Come rallegrarsi? Che significa rallegrarsi? Come Maria, il cristiano è chiamato alla gioia, non però ad una gioia superficiale e soprattutto fuori dalla storia e fuori dalle prove, bensì ad una gioia dentro la storia e dentro le prove che inevitabilmente l’attraversano. Una gioia che scaturisce dalla certezza di essere amati da Dio: è Lui che conduce la storia. Qualunque cosa possa succedere, siamo nelle mani di un Padre che ci ama teneramente.

Betlemme in questo giorno santo assomiglia al Cielo, invece di stelle ha ricevuto angeli e, al posto del sole, accoglie in sé il Sole di giustizia: Cristo Signore.

“E non chiedetemi come: perché dove Dio vuole, l’ordine della natura si sottomette.

Poiché Egli lo ha voluto, ne ha avuto il potere, è disceso, ha redento l’uomo; tutte le cose hanno cooperato con Lui a questo scopo.

Oggi nasce Colui che eternamente è, e diviene ciò che non era. È Dio e diventa uomo! Diventa uomo senza smettere di essere Dio. Ancora, Egli è divenuto uomo senza alcuna perdita della divinità. Da allora, tutti gioiscono. Anch’io desidero gioire. Anch’io mi auguro di partecipare alla danza corale, di celebrare la festa. Ma faccio la mia parte, non pizzicando l’arpa, non con musica di pifferi, né tenendo una torcia, ma portando tra le braccia la culla di Cristo. Perché essa è tutta la mia speranza, la mia vita, la mia salvezza, il mio piffero, la mia arpa. E portandola giungo e, anche io, con gli angeli, canto: Gloria a Dio nelle altezze supreme; e con i pastori: e sulla terra sia pace agli uomini di buona volontà” (S. Giovanni Crisostomo).

L’origine del presepe

 Nella cristianità la festa del Natale ha assunto una forma chiara soltanto nel IV secolo, quando prese il posto della festa romana del dio Sole e insegnò a concepire la nascita di Cristo come la vittoria della vera luce. Il calore umano particolare, che durante il Natale tanto ci commuove, si è tuttavia sviluppato soltanto nel Medioevo; e in proposito fu Francesco d’Assisi, con il suo amore profondo per l’umanità di Cristo, ad introdurre questa novità.

Il suo primo biografo, Tommaso da Celano, racconta nella sua seconda biografia quanto segue: “Al di sopra di tutte le altre solennità celebrava con ineffabile premura il Natale del Bambin Gesù e chiamava festa delle feste, il giorno in cui Dio, fatto piccolo infante, aveva succhiato a un seno materno. Baciava con animo avido le immagini di quelle membra infantili, e la compassione del Bambino, riversandosi nel cuore, gli faceva anche balbettare parole di dolcezza, alla maniera dei bambini. Questo nome era per lui dolce come un favo di miele in bocca” (FF 199).

Il desiderio di vicinanza, di realtà, di sperimentare in maniera viva e molto attuale Betlemme e di provare direttamente e comunicare a tutti la gioia della nascita del Bambino Gesù, lo spinse alla famosa celebrazione del Natale a Greccio, contribuendo allo sviluppo della più bella tradizione natalizia: la tradizione del presepe.

Dal presepe al fratello

 Il nostro Dio è un po’ birichino, ama cambiare continuamente sembianze, per stimolarci a cercare e a scoprire il Suo Volto nel malato, nel carcerato, nel povero, in chiunque. Talvolta desidero e mi immagino di tenerlo Bambino tra le braccia e Lui invece mi si presenta nel volto rugoso della mia sorella di 89 anni che accudisco… In quel momento mi vengono in mente le parole di Giovanni, il discepolo che Gesù amava: “E’ il Signore!”. Sì, è proprio Lui, che ama nascondersi per educarci a scoprirLo e a riconoscere la Sua Presenza in ciascuno dei fratelli e delle sorelle che incontriamo sul nostro cammino.

Voglio confidarvi uno dei desideri che ho nel cuore (del resto per me l’umanità è come una grande famiglia e perciò mi sento a casa, tra fratelli e sorelle), mi piacerebbe tanto che il Santo Padre aggiungesse alle 7 opere di misericordia spirituale, un’ottava opera: quella della gioia o del buon umore, intendendo con ciò la capacità, certamente attinta nel Signore, di regalare anche un semplice sorriso a chi ci sta accanto.

Tale desiderio mi nasce dal fatto che, da qualche anno, constato che nella nostra società si sta smarrendo la capacità di sorridere e di stupirsi delle cose semplici e dalla speranza di promuovere l’impegno di vivere e promulgare il Vangelo della gioia. Vorrei che in questo Santo Natale prendessimo insieme questo impegno: non passi giorno della nostra vita senza che portiamo un raggio di sole nella vita di qualche persona. A volte basta veramente poco: un atteggiamento accogliente, l’ascolto, una parola buona, anche un semplice sorriso.

Auguri di un Santo Natale.

 

Con grande affetto:

 

Sr. Ch. Cristiana Scandura osc

 

 

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Audio: Una voce il mio Diletto

Testo e musica: Sr. Ch. Cristiana Scandura osc

Arrangiamento: Giovanni San Giovanni

La virtù… dell’impazienza

Carissimi Fratelli e Sorelle,

sarà perché un po’ per carattere lo sono, sarà perché qualche volta Gesù stesso lo è stato, come attestano i Vangeli (cfr. Mc 11, 15-19; Lc 9,55; Mt 16,21-27; Mt 23,27-28), ma personalmente

L’IMPAZIENZA È UN DIFETTO CHE MI FA SIMPATIA

anzi, quasi quasi la considero come una virtù o comunque come un ingrediente importante nella vita.
Per esempio, quando inizio una cosa o intraprendo un’opera, voglio portarla a compimento al più presto possibile e poi, ve lo confesso, sono impaziente di farmi santa e di condurre più anime possibili in Paradiso e di molte altre cose ancora sono impaziente che qui non scrivo per evitare di ripetermi. Come faro? Direbbe San Paolo: “Chi mi libererà?” (Rm 7,24). Il fatto è che non ci penso proprio a correggermene, tutt’altro!
Sì, è vero, in gran parte dei casi l’impazienza è un difetto, perché è figlia dell’ira, ma sono convinta che un pizzico (e forse anche un po’ di più) di impazienza (o, se vi fa arricciare meno il naso, chiamatela zelo, entusiasmo, passione): è importante averla nella vita.
Lo zelo o l’impazienza è quella molla che ti spinge a darti da fare subito, ora, senza aspettare domani, senza rimandare a domani quello che puoi fare oggi.
Non rimandiamo a domani la nostra conversione o l’impegno a favore del prossimo e non sciupiamo le occasioni di santificazione che ogni giorno ci capitano, perché il domani non ci appartiene. L’occasione di farci santi che il Signore ci manda oggi, non ritornerà più.
Non credo di essere del tutto fuori strada perché, frugando nella mia memoria, ricordo di aver udito talvolta l’espressione: “santa impazienza”, dunque c’è un’impazienza “santa”!

DIO È IMPAZIENTE!

Sì, lo è della nostra salvezza, della nostra gioia, della nostra piena realizzazione in Lui. Dio è pazienza infinita: “E’ lento all’ira” (Sal 102,8), ci dice la Sacra Scrittura ed è “longanime” (cioè ha un pazienza lunga, lunga, lunga…), invece di distruggerci per i nostri peccati, quando lo meritiamo, attende pazientemente la nostra conversione.
Però, dall’altra parte, Dio è anche: impazienza infinita. Egli non se ne sta inattivo e rassegnato in attesa che noi ci decidiamo a ritornare a Lui, ma ci sollecita in molti modi
a rientrare in noi stessi. Per dir così, mette in moto tutto Se stesso, perché finalmente ci decidiamo a rialzarci e a ritornare sulla retta via.

Penso alla Parabola del Figlio prodigo: tra le righe della parabola si legge di un Padre che scruta attento e con sollecitudine l’orizzonte in attesa del ritorno del figlio. Il suo amore di Padre gli attesta che il figlio ritornerà e questo amore raggiunge il cuore di quel figlio lì, nel fango dove si trova e lo sollecita a ritornare. Quando poi questi prende la risoluzione di tornare, il Padre, con grande impazienza, gli corre incontro e lo abbraccia.

L’IMPAZIENZA DI DIO È L’IMPAZIENZA DELL’AMORE.

E, ancora in preda all’impazienza, si rivolge ai servi dicendo più o meno così: “Presto, sbrigatevi, per favore, non c’è tempo da perdere. Ho atteso così tanto questo momento. È giunta l’ora di far festa. Non voglio e non posso attendere un minuto di più! Cercate di capire!”.

ANCHE MARIA ERA IMPAZIENTE

(Oggi ce n’è per tutti!). Ricordate quando, dopo avere ricevuto l’annuncio dell’Angelo va’ in tutta fretta a visitare la cugina Elisabetta? Ma, scusate, mancavano ancora tre mesi prima del parto di Elisabetta, c’era proprio bisogno di tutta quella, non solo fretta, ma addirittura “gran” fretta? Però, c’è da dire che chi ama vola, non accetta di camminare lentamente, ben lo sanno (mi correggo: lo sappiamo) gli innamorati.
E ricordate quell’altro episodio narrato dal Vangelo, quando alle nozze di Cana manca il vino e Maria forza quasi il Figlio a compiere il miracolo di cambiare l’acqua in vino? All’inizio Gesù le risponde press’a poco così: “Mamma, un po’ di pazienza! Non è ancora giunta la mia ora!”. Ma non c’è giustificazione che tenga, con le Mamme non si discute, il miracolo va compiuto subito e basta. (Aveva certamente ragione, mica gli Sposi e tutti gli invitati potevano aspettare un’altra ora…).
Ecco, io credo che un po’ di impazienza (di questa impazienza!) nella vita ci farebbe bene. Anzi, dovremmo farci un bell’esame di coscienza e la prossima volta che ci accostiamo al Sacramento della Riconciliazione dovremmo confessarci umilmente (causando forse lo stupore di qualche Confessore) dicendo:

“SONO SINCERAMENTE PENTITO\A
E CHIEDO PERDONO A DIO E AI FRATELLI
PER AVER MANCATO DI IMPAZIENZA”.

 

Con grande affetto:

Sr. Ch. Cristiana Scandura osc

 

 La virtù dell’impazienza pdf

 

Audio: La mia vita riflesso della tua

Testo e musica: Sr. Ch. Cristiana Scandura osc

Arrangiamento: Samuel Sciarra

Il canto del cigno

Carissimi Fratelli e Sorelle, è a tutti nota l’espressione “il canto del cigno” che trae origine dall’antica credenza popolare secondo la quale il Cygnus olor, altrimenti detto Cigno muto, per la sua presunta incapacità di emettere suoni, fosse in grado di cantare una struggente e bellissima canzone qualche istante prima di morire. Tale modo di dire è passato poi ad indicare l’ultima espressione degna di nota della vita o della carriera professionale o artistica, prossima al termine, di una persona.

È sotto questa luce che vorrei parlarvi oggi del valore di un Testamento spirituale, che è come la sintesi della vita di una persona e racchiude ciò che ha ritenuto veramente importante e per cui ha speso la vita.

Sul finire della sua vita S. Francesco d’Assisi (e lo stesso fece S. Chiara) scrisse un Testamento spirituale nel quale racconta e consegna, ai suoi Frati, la sua esperienza di Dio.

In realtà, S. Francesco, di Testamenti spirituali ne scrisse due, tutti e due altrettanto importanti, ma il primo, detto “piccolo Testamento”, a mio avviso è più pregnante perché fu scritto in una circostanza particolare, quando cioè il Santo si sentì all’improvviso molto vicino a “sorella Morte” e poiché stava molto male e non poteva parlare, per forza di cose fu costretto ad essere molto conciso e così fece trapelare ancor meglio quali erano le cose a cui teneva di più e cioè: “Che i Frati si amino. Che osservino la santa povertà. Che siano obbedienti alla Santa Madre Chiesa”.

Perché vi parlo di questo? Beh! Alla fine della vita si tirano le somme e si chiede a se stessi: “Per chi e per che cosa ho vissuto? Cosa è stato veramente importante per me? Cosa vorrei lasciare in mio ricordo?”

Se questo è il significato di un Testamento spirituale, e poiché ignoriamo il giorno della nostra dipartita, credo che sia cosa buona, scriverlo; questo ci aiuta a fare verità nel nostro cuore, a capire cosa conta veramente per noi e se per caso dobbiamo aggiustare un po’ “il tiro” prima che sia troppo tardi.

Vi confido una cosa: ultimamente è così grande il desiderio del Cielo che mi arde nel cuore che, giudicando questo sentimento come un preludio di una mia possibile imminente dipartita da questa terra, ho anch’io scritto il mio Testamento spirituale.

Che dirvi (lo so che forse questo è troppo!), ho anche preparato il foglio dei canti per il giorno in cui si festeggerà il mio ingresso in Cielo.

Oh, non pensate che io non ami la vita, o sia una persona depressa, chi mi conosce sa che sono piena di gioia e di allegria, il fatto è che Dio ha messo nel mio cuore una profonda nostalgia di vederLo senza più veli. Comunque nell’attesa della Sua venuta , che non so affatto quando sarà, lavoro alacremente per il Regno di Dio, ciò che conta è avere Gesù nel cuore e poi il Paradiso inizia già su questa terra.

Ma, tornando al Testamento spirituale, io credo che faccia molto bene fermarsi e dire: se oggi dovessi tornare alla Casa del Padre, cosa vorrei consegnare ai miei Fratelli e Sorelle?

TU COSA SCRIVERESTI NEL TUO TESTAMENTO SPIRITUALE?

Io, fra le altre cose direi che…

…La vita è un’avventura meravigliosa. È un tempo e uno spazio sacro che ci viene donato per crescere nella conoscenza di Colui che ci ama e perciò ci ha creati. Vale la pena di spendere tutta la propria esistenza nell’

UNICA COSA NECESSARIA: LA RICERCA DEL VOLTO DI DIO.

 La vita quaggiù è breve. Dura meno di un soffio. A che serve vivere se non conosciamo il nostro Creatore e Signore, il fine ultimo di tutte le cose, davanti al quale ci presenteremo a conclusione della nostra esistenza terrena? Per me

 CONOSCERE DIO SIGNIFICA DIVENTARE COME LUI: AMORE.

 Ciò che conta veramente nella vita è aprire il cuore a Cristo. Consegnare a Lui totalmente e incondizionatamente la propria esistenza perché ci renda conformi a Sé in tutto: nell’Amore, nel dolore, nella pazienza, nel perdono, nell’offerta della vita, nel sacrificio della Croce, nell’obbedienza d’amore al Padre.

“Io quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,32). La Croce di Cristo ha illuminato e riempito di senso la storia, tutti i vissuti umani, anche la sofferenza e la morte. Non si può spiegare il perché della sofferenza, specie di quella innocente. Gesù Cristo non è venuto a spiegarla, semplicemente l’ha assunta, l’ha presa su di Sé e così l’ha redenta, l’ha santificata, le ha dato un senso.

Ti ringrazio, Signore, per la vita, per la chiamata a seguirti sulle orme di Francesco e Chiara d’Assisi, per le gioie e per i dolori che si sono intrecciati sapientemente nella mia storia. Per i miei genitori, che sono in Cielo, per i miei amatissimi fratelli, per le Sorelle della mia Comunità, quelle attuali e quelle che mi hanno preceduto nella Fondazione celeste e per tutte le persone semplici, umili e meravigliose che mi hai fatto incontrare lungo tutta la mia vita. Sono tante le persone che in un modo o in un altro hai posto sul mio cammino e da tutte, fino ad oggi, ho ricevuto del bene.

Signore Gesù Cristo, desidero ardentemente raggiungerTi in Paradiso insieme a tutti loro, sì proprio tutti nessuno escluso, anche insieme a coloro che ho incontrato in modo occasionale e ai quali ho avuto solo il tempo di rivolgere un sorriso. Desidero insieme a loro formare un coro che canti il Tuo Amore e la Tua Misericordia per tutta l’eternità.

L’amore che mi arde nel cuore, quell’Amore che Tu vi hai acceso, mi fa desiderare cose grandi. Il mio cuore e la mia carne anelano a vedere il Tuo Volto. Se per la mia indegnità non potrò sostenere il Tuo sguardo, vorrà dire che Ti abbraccerò ad occhi chiusi, come una sposa innamorata perduta nell’amplesso dolcissimo del Suo Sposo. Cosi sia.

Con grande affetto:

Sr. Ch. Cristiana Scandura osc

 

Il canto del cigno pdf

 

Audio: Sei Tu Signore!

 

Testo e musica: Sr. Ch. Cristiana Scandura osc

Arrangiamento: Danilo Ballo