IL VALORE PREZIOSO DELLA PROVA

Carissimi Fratelli e Sorelle,

ormai mi conoscete, la mia vita è come un libro aperto e con fraterna semplicità condivido ciò in cui credo, ciò che penso e ciò che vivo. Per me, infatti, l’umanità è come una grande famiglia e perciò mi sento a casa.

Da tempo medito su una certezza che, ne sono convinta, può dare una svolta alla nostra vita:

RIEMPIRE DI SENSO TUTTO QUELLO CHE VIVIAMO.

Mi spiego meglio, anche le cose negative che ci possono capitare, possono avere una valenza positiva, non dimentichiamo ciò che afferma la Parola di Dio: “Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio” (Rm 8, 28).

Se il peggiore dei crimini commesso dall’uomo: l’uccisione del Figlio di Dio, Dio lo ha fatto servire alla nostra salvezza, lo stesso Egli fa per tutto ciò che attraversa la nostra esistenza.

Tutti, quotidianamente, sperimentiamo piccole prove e tutti, prima o poi, ci imbatteremo in quelle più gravi e profonde; se credessimo fermamente che ogni cosa che ci succede è un’occasione di crescita nella fede, nell’amore e nella collaborazione con Dio per la salvezza delle anime, il nostro modo di affrontare gli eventi cambierebbe considerevolmente.

Prendiamo, per esempio, l’ipotesi che alla nostra vita bussi la malattia; non saremo di certo le uniche persone al mondo ad avere una malattia, “unico” però è il modo in cui possiamo viverla.

In altre parole, nella malattia o in qualsiasi altra prova o sofferenza, possiamo tirare fuori il meglio di noi stessi, certamente con l’aiuto di Dio.

Spesso nella malattia ci abbattiamo perché pensiamo alle attività che abbiamo svolto fino a quel momento e che forse non potremo più svolgere o comunque non potremo più farlo allo stesso modo di prima. Non pensiamo però solo in negativo, cioè a ciò che NON potremo più fare, pensiamo invece in positivo, alle potenzialità presenti in noi che la prova fa emergere. Ci sono degli aspetti inediti di noi che forse neanche noi stessi conosciamo ma che vengono fuori grazie alla prova.

Riempire di senso ogni prova significa aprirsi a nuove opportunità, per esempio, come detto sopra, a collaborare con Dio per la salvezza delle anime.

Quando diamo un senso alla prova che viviamo, non lamentandoci, non mormorando, non ribellandoci, ma unendoci alla Passione di Cristo e ne facciamo un’offerta d’amore, diventiamo luce per gli altri e lasciamo un’impronta positiva su questa terra.

Però, per riuscire a vivere così una grande prova, bisogna prepararsi, accettando con gioia le umili, piccole occasione quotidiane.

Fra i tanti esempi mi ha colpito particolarmente quello della Beata Chiara Luce Badano. Quando il medico le palesò chiaramente la gravità della malattia che all’improvviso si abbatté su di lei e le esplicitò ciò a cui andava incontro, che cioè le restava poco tempo da vivere, ella ebbe bisogno di una mezz’ora, che trascorse in silenzio e in preghiera, per metabolizzare questa notizia, per “resettare” la propria esistenza, per “accordare” nuovamente la propria vita con il “La” di Dio; insomma per accettare dalle mani di Dio questa prova, perché, con il Suo aiuto, in essa si santificasse e diventasse anche per il prossimo, strumento di salvezza, in Cristo.

Spesso accade che sul momento non riusciamo a cogliere il valore delle prove, dopo però scopriamo che la mano provvidente di Dio ha disposto tutto con sapienza, per il nostro e altrui bene.

È verissimo, non sempre le prove sono disposte da Dio, ma talvolta provengono dal nostro prossimo, per un uso scorretto della libertà, talaltra hanno altre cause; Dio però può scrivere dritto sulle righe storte della nostra storia, facendo servire anche il male, per un bene.

Questa è la vittoria dell’amore e del bene, anche sul male.

Questa certezza da solidità alla nostra vita e ci fa conservare la serenità e la pace pur in mezzo alle più svariate difficoltà.

Un abbraccio affettuosissimo in Cristo Gesù Signore nostro:

Sr. Ch. Cristiana Scandura osc

Come gli uccelli del cielo

Tra tutti gli animali che il Buon Dio ha creato, personalmente ho una predilezione per gli uccelli. Forse è per questa mia naturale simpatia per essi (simpatia ampiamente ricambiata da essi) che mi viene spontaneo paragonare la nostra vita claustrale con la loro vita.

Il paragone può sembrare paradossale se si considera che gli uccelli volano liberi nel cielo e noi trascorriamo invece l’esistenza in clausura.

Ma cos’è la libertà? “Dio ci ha chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri” (Gal 5, 13).

Esiste una libertà “da” e una libertà “per”. Libertà dalle varie schiavitù e dai vari idoli ai quali il nostro cuore è sempre pronto ad attaccarsi. E libertà “per”, cioè “in funzione di” un amore universale, che abbraccia tutti, che tutti ama con il cuore di Cristo, che in tutti vede dei fratelli e delle sorelle da amare.

La più alta e bella espressione della libertà è il dono totale di sé. Dono concretizzato da ciascuno in modo diverso, in base alla propria vocazione.

Va da sé che i Monasteri non sono un luogo di rifugio per persone deluse dalla vita, ma essi accolgono persone libere e felici o comunque incamminate verso la conquista della piena libertà, cioè incamminate verso il raggiungimento della pienezza dell’amore che solo ci rende liberi.

Questo è indubbiamente un dono di Dio, che però richiede anche desiderio, collaborazione, impegno, accoglienza da parte nostra.

Ma l’altro motivo che, a parer mio, accomuna la nostra vocazione a quella degli uccelli del cielo, è che essi non si preoccupano di nulla, ma sono pienamente occupati nella lode di Dio.

Questo è il nostro compito: lodare Dio, a Lui cantare, accoglierlo cantando quando Lui verrà. Sono convinta che il canto, e la musica in genere, conduce in modo speciale a Dio.

“Chi canta, prega due volte”, diceva il grande S. Agostino.

Amo pensare che in Paradiso ci sarà un posto riservato ai musicisti e ai cantori, che con le loro melodie hanno aiutato il prossimo ad elevare il cuore a Dio che, oltre ad essere Amore, è anche Bellezza, Poesia, Musica, Arte, ed è la fonte e l’ispiratore di tutte queste cose. (Certo anche gli stonati hanno diritto di andare in Paradiso, ma suppongo… e spero… che per essi l’eterno Padre abbia provveduto un luogo un po’ insonorizzato…).

Liberi e sereni, privi di ansia e preoccupazioni varie, gli uccelli trascorrono il tempo cantando, non hanno un’altra funzione.

Altri animali sono da noi ritenuti più utili, perché da essi traiamo: latte, lana, pelle, ecc… ma come sarebbe triste il mondo senza il melodioso e gaio cinguettio degli uccelli che mette tanta allegria.

Lo stesso dicasi per la vita claustrale che lo Spirito Santo ha suscitato nella Chiesa con la funzione di “stare con Lui” e di ricordare a tutti i cristiani che la Chiesa è sposa di Cristo, una sposa innamorata che attende con gioia e con amore la venuta dello Sposo.

Conoscete il detto: “Si muore come si è vissuti”? Ebbene, se è vero, credo proprio che io morirò cantando.

Un abbraccio affettuosissimo:

Sr. Ch. Cristiana Scandura osc https://www.facebook.com/suorcristianascandura

Canto di lode: “Io vedo il Re della gloria”.

Testo e musica: Sr. Ch. Cristiana Scandura osc

LA SANTA SEMPLICITA’

Carissimi Fratelli e Sorelle,

nel Testamento spirituale che S. Chiara scrive alla fine della sua vita, esorta le “Sorelle, presenti e future, che si studino di imitare la via della santa semplicità” (FF 2845).

Ma che cos’è la semplicità e come si acquista? La semplicità è sinonimo di schiettezza e indice di unità interiore. Nel semplice non c’è dicotomia tra ciò che crede e ciò che vive, tra ciò che pensa e ciò che manifesta. Il vizio opposto alla semplicità infatti è proprio l’ipocrisia.

“La pura e santa semplicità che confonde ogni sapienza di questo mondo e la sapienza della carne” (Scritti S. Francesco: FF 258) è un atteggiamento profondo della persona che pensa e agisce lasciandosi guidare in tutto dalla Parola di Dio e dalla propria coscienza da essa illuminata.

La semplicità si fonda sulla verità e produce quale frutto la pace interiore. Per conquistare questa virtù bisogna avere il coraggio di fare verità in noi stessi.

L’ascolto costante della Parola di Dio ci porta a far emergere dal nostro cuore ogni doppiezza, condizionamento o travisamento. Ora, se facciamo emergere e portiamo alla luce le ferite nascoste del nostro cuore, la guarigione è prossima. Se prendiamo coscienza delle nostre ombre e non continuiamo a celarle a noi stessi, la luce divina penetrerà fino a rischiarare del tutto il nostro cuore rendendolo trasparente e retto, cioè semplice.

Il Signore conosce già l’intimo del nostro cuore e ci ama ugualmente, non dobbiamo dunque avere timore della verità e sgomentarci o scoraggiarci alla vista dei serpentelli nascosti nel nostro cuore, né tanto meno ignorarli come se non ci fossero, ma piuttosto impugnare contro di essi le armi del combattimento spirituale donatici dal Signore e cioè “la spada della Parola, lo scudo della fede, la cintura della verità” (Ef 6, 13-17), come San Paolo ci insegna.

Tale combattimento non avrà tregua finché viviamo, anzi più ci esponiamo ai raggi della luce divina, più notiamo in noi dei difetti, delle manchevolezze che prima, superficialmente, trascuravamo come cose da nulla.

È rilevante il fatto che molti cristiani non praticanti, che non si accostano abitualmente ai Sacramenti e alla Parola di Dio, si ritengono giusti per il fatto di non rubare e di non uccidere, mentre i santi, come S. Francesco D’Assisi, si reputano dei grandi peccatori, pieni di vizi.

Riflettendo sulla semplicità non si può non ricordare la benedizione rivolta da Gesù al Padre: “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli” (Mt 11, 25). I piccoli sono appunto i semplici, gli umili.

Quando Gesù parlava alle folle, pur potendolo fare, non usava un linguaggio forbito, ma faceva ricorso a semplici immagini ed esempi tratti dalla vita quotidiana. Esempi che erano sotto gli occhi di tutti, perché tutti potessero comprendere. Gesù parlava al cuore dei discepoli.

Per la sua fondamentale importanza, Francesco e Chiara amavano assai la virtù della “semplicità santa e pura, figlia della grazia, sorella della sapienza, madre della giustizia” (FF 775). Essa non cerca ostentazione e ovviamente non si identifica con la semplicioneria.

La semplicità di Francesco che si accompagnava all’innocenza e alla purezza, gli permetteva di scorgere nel creato le orme del Creatore e proprio per questo il suo animo si inondava di gaudio nel mirare il sole, la luna, le stelle del firmamento e parimenti le pietre, le selve, le acque correnti, il vento, l’aria, i fratelli…

Con semplicità, recatosi una volta a Roma, predicò dinanzi a Papa Onorio e ai Cardinali e parlò con tanto fervore che, quasi fuori di sé per la gioia, mentre proferiva le parole, si muoveva come danzando. In quell’occasione i presenti, vedendo l’ardore del suo cuore, furono mossi a incontenibile pianto di compunzione (FF 449). È con semplicità e brevità di parole che Francesco desiderava che i suoi Frati predicassero il Santo Vangelo.

Studiamoci anche noi di seguire la via della santa semplicità, facendo opera di semplificazione interiore, togliendo cioè dalla nostra vita gli orpelli, le cose inutili e tutto ciò che suona come ipocrisia, allora raccoglieremo i frutti della gioia e della pace, insieme alla libertà di spirito.

Con fraterno affetto:

Sr. Ch. Cristiana Scandura osc

https://www.facebook.com/suorcristianascandura

pdf La santa semplicità

 

Come sono… finita in Carcere…

Oggi voglio raccontarvi come, circa un anno fa, sono “finita in carcere”. Proprio così. Non era nei miei programmi, ma è stata una delle cose che più mi ha reso felice nella vita e spero proprio di non uscirne mai più. Vi racconto come è successo…

“L’amore di Cristo ci spinge” (2Cor 5,14). Come si concretizza questa Parola per una monaca di clausura che vive reclusa fra quattro mura? Voglio raccontarvi umilmente e confidenzialmente, solo un’esperienza di ciò che lo Spirito Santo, dotato di infinita creatività nell’Amore, può suscitare nel cuore di una Claustrale.

Alcuni mesi fa, mentre pregavo, ho sentito molto forte l’ispirazione o, se preferite, l’ardente desiderio di “entrare in Carcere” per far conoscere l’Amore di Cristo a tanti nostri Fratelli e Sorelle che forse nella loro vita non hanno fatto esperienza alcuna di amore.

 

CIÒ CHE CI RENDE VERAMENTE LIBERI E FELICI È L’AMORE

 

Viceversa tutto ciò che non viene dall’amore e non porta all’amore: questo ci rende schiavi.

 Spesso dietro ogni atto di violenza e di aggressività, ci sono altri atti di violenza e di aggressività che abbiamo subìto noi in prima persona. Così si innesca un circolo vizioso che si allarga sempre di più se non viene fermato da atti contrari di perdono, di amore, di mitezza, di non restituzione delle offese ricevute, ecc…

Essendo una monaca di clausura, il mio modo di entrare in Carcere non sarebbe stato quello di andarvi fisicamente ma, oltre che con la preghiera e l’offerta della vita, il Signore mi ha ispirato di raggiungere i Detenuti attraverso lo scritto e il canto, che avrei fatto pervenire loro, con frequenza bimestrale, per mezzo del Cappellano del Carcere.

Senza fare alcuna pressione per essere esaudita, ho sottoposto questa ispirazione ai miei Superiori i quali, con gioia, mi hanno dato il permesso di agire. Anche l’Arcivescovo e, in seguito il Santo Padre, Papa Francesco, mi hanno dato la loro benedizione per quest’umile opera.

Inizialmente pensavo solo al Carcere di Piazza Lanza di Catania, ma in brevissimo tempo il Signore ha permesso che fossero coinvolte prima le tre Carceri di Catania e quello di Agrigento, poi tutte le Carceri di Sicilia e infine tutte le Carceri d’Italia.

IL MIO DESIDERIO È QUELLO DI PORTARE
“UN RAGGIO DI SOLE OLTRE LE GRATE”

 e di aiutare questi Fratelli ad uscire dalla spirale del male. Spesso la situazione di sofferenza che vivono crea il terreno adatto per accogliere una parola che, con affetto sincero, si rivolge al loro cuore.

Attualmente sono diversi i Fratelli Carcerati che mi scrivono aprendo il loro animo.

 Sono consapevole del fatto che lo scritto, come pure il canto, sono dei mezzi molto umili che certamente vanno fecondati con la preghiera e l’offerta.

Da circa trent’anni, uno dei tanti servizi che svolgo in Fraternità e che mi piace particolarmente è quello di infermiera; ed è proprio quando servo le mie Sorelle anziane, per esempio, facendone un’offerta d’amore, che il pensiero vola ai Carcerati, agli ammalati, come pure alle tante persone che ogni giorno chiedono di essere sostenute nelle fatiche e nelle prove della vita.

Anche se spesso prego per persone che non conosco personalmente, nulla mi impedisce di dire sinceramente che le amo in Cristo e che le voglio assolutamente accanto a me in Paradiso, dove spero di giungere un giorno, unicamente per la Misericordia di Dio, non perché lo merito, ma perché lo desidero ardentemente.

È vero lo Spirito Santo dona al nostro cuore la Pace di Cristo, ma non ci lascia in pace, cioè non ci lascia in un quieto vivere, al contrario ci mette nel cuore come un fuoco che divampa e che non può essere contenuto.

 Il desiderio del mio Sposo: la salvezza delle anime, non può che essere anche il mio.

 Sr. Ch. Cristiana Scandura osc

Le donne: sesso debole, forte o fortissimo?

Tra le tante cose che mi fanno sorridere, ce n’è una di cui oggi voglio parlare: la classificazione delle donne come appartenenti al cosiddetto “sesso debole”.

Ma le cose stanno proprio così?

A me non dispiace molto questa classificazione, non perché la consideri vera, ma perché ritengo che ci consenta di agire indisturbate, al pari dei poliziotti quando vestono in borghese per non farsi riconoscere.

Quando penso a qualche esempio, tra i tanti, palese e inoppugnabile, la mia profonda convinzione si rafforza sempre di più.

Mi viene in mente, per esempio, S. Chiara D’Assisi, una donna che pur comportandosi con dolcezza e rispetto e rimanendo sempre obbediente alla Santa Madre Chiesa, seppe però tener testa al Papa e ottenere ciò che desiderava, cioè l’approvazione della Regola che il Signore le aveva ispirato.

Un altro esempio è quello della sorella carnale di Chiara, Agnese, che seguì le orme della santa sorella e fu la sua prima discepola.

Già Chiara, osteggiata dai parenti che si opponevano al suo proposito di santità, affrontò con animo forte gli ostacoli che questi le frapponevano e risolutamente non cedette né alle lusinghe né alle minacce, ma temperando con la mitezza e la fermezza l’animo dei familiari, li indusse ad accettare con rassegna-zione la sua scelta.

Ogni giorno Chiara pregava Dio, chiedendogli con insistenza che, come nel secolo era vissuta insieme alla sorella in unità di sentimenti, così continuasse tra di loro l’unione nella volontà di seguire Cristo, nella consacrazione totale al Suo servizio.

Il Signore non tardò ad esaudire questa preghiera e Agnese, ispirata dallo Spirito Santo rivelò alla sorella Chiara il suo desiderio di servire il Signore.

Mentre però le sorelle, felici, seguono le orme di Cristo, si scatenano contro di loro gli assalti dei consanguinei, mal disposti ad accettare la perdita anche di Agnese, dopo quella di Chiara.

Il giorno seguente, lo zio Monaldo, su tutte le furie, portando con sé altri undici uomini, si reca al luogo dove si trovavano le due giovani, fermamente deciso a riportare Agnese a casa.

Già questo fatto suscita la mia ilarità: per riportare a casa Agnese, che è soltanto una fanciulla, Monaldo coinvolge altri ben undici uomini (e con lui dodici!), ma non vi sembra un po’ eccessivo? E dov’è finita la forza virile?

Per gentile concessione, fossero stati solo 4 uomini… uno per arto…, avrei taciuto, ma dodici non sono un po’ troppi?

A mio avviso, già zio Monaldo parte sconfitto e dimostra di avere paura di una fanciullina.

Ma la cosa non finisce qui! I dodici uomini, dispiegano tutta la loro forza ma non riescono ugualmente a trascinare via con loro Agnese che, mentre Chiara prega, sembra essere diventata così pesante da non riuscire a muoverla neppure con l’aiuto di altri uomini provenienti dai campi e dalle vigne intorno. Allora, con sarcasmo, affermano che sicuramente ha mangiato piombo tutta la notte.

Lo zio Monaldo, arrabbiato, sconfitto e ferito nel suo orgoglio, cerca di colpire la giovane con un pugno, ma rimane col braccio paralizzato e dolorante per lungo tempo.

Questi sono soltanto alcuni tra i tantissimi esempi.

Dunque, le donne appartengono al sesso debole, forte o fortissimo? A voi la conclusione.

La nostra forza però è l’amore, la tenerezza, la dolcezza, il perdono, la mitezza, unite alla tenacia, alla costanza, all’impegno, all’intuito, alla fantasia e creatività proprie dell’amore.

Non rinunciamo alla nostra “fortezza” e non confondiamola con altri atteggiamenti che non ci si addicono, ma chiediamo al Datore di ogni Bene la grazia di viverla e di esercitarla nel modo giusto, per intercessione della Vergine Maria, la Donna forte per eccellenza.

Comunque, per non creare conflitti con gli uomini, facciamo così: essi continueranno ad appartenere al “sesso forte” e noi donne… al “sesso fortissimo”. Siete d’accordo?

Conviene però che teniamo per noi questo segreto e lasciamo parlare i fatti.

 Con grande affetto:

 Sr. Ch. Cristiana Scandura osc

PDF Le donne: sesso debole, forte o fortissimo?

“Ti lodo, Signore, perché mi hai fatto come un prodigio.”

Carissimi Fratelli e Sorelle,

ogni persona umana è: UNICA, SPECIALE, IRRIPETIBILE. Dio non ci ha creati in serie. Non esiste una persona identica ad un’altra, ma ciascuna ha delle peculiarità che la caratterizzano e la rendono originale.
Come un giardino è reso bello dalla presenza e varietà di diversi fiori, così tra gli esseri umani, è bella l’unità nella diversità che diventa una ricchezza, se accolta con gratitudine.
Ci sono delle caratteristiche che appartengono a ciascuna persona in particolare e a nessun’altra e che è bene scoprire, per svilupparle e portarle a pieno compimento.
Per una persona può essere la dolcezza, per un’altra la capacità di ascolto o di accoglienza, per un’altra ancora la disponibilità all’aiuto fraterno, la laboriosità, la compassione, il dono di sdrammatizzare le situazioni più tese con la gioia e il buon umore, la capacità di regalare anche un semplice sorriso a chi ci sta accanto o di comunicare la propria spiritualità attraverso il canto e la musica, ecc…
Non c’è nessuno che non abbia qualcosa che lo caratterizzi e che faccia di lui una persona speciale.

Oltre a scoprire in noi stessi queste caratteristiche, è bello e buono imparare a scoprirle e apprezzarle anche negli altri, ciò accresce la stima reciproca e distoglie l’attenzione dai difetti che spesso catturano tutto il nostro interesse.
È vero, in noi e negli altri, sono presenti anche dei difetti che ci caratterizzano (il mio è l’impazienza! Fremo, voglio fare le cose subito e non ci dormo la notte) e che forse non vorremmo avere, dobbiamo imparare ad accettare anche questi e ad orientarli verso il bene.
Per esempio se usiamo l’impazienza contro gli altri, chiaramente è un peccato e nuoce sia a noi stessi che al prossimo, ma se siamo impazienti di compiere il bene, di farci santi, di portare anime a Gesù, mettiamo impegno e passione in tutto quello che facciamo, e l’impazienza viene messa a servizio della nostra e altrui santificazione. Così è per tutti gli altri difetti.

QUAL È L’ASPETTO CHE PIÙ TI CARATTERIZZA?
QUAL È LA TUA MISSIONE?

Se per caso l’hai smarrita, cerca di andare con la memoria agli anni dell’infanzia. Quando si è piccoli e la vita, con le sue fatiche e prove di vario genere, non ha ancora fatto gravare il suo peso, emerge con più chiarezza la nostra vocazione, cioè la missione che il Buon Dio ci ha affidato e che è scritta nel nostro cuore. Ricordi cosa ti dava serenità, gioia,
pace, gaiezza, in cosa ti sentivi pienamente realizzato\a e ritrovavi te stesso\a? Può essere che le varie traversie della vita abbiano seppellito quell’aspetto e che abbia bisogno di essere riportato alla luce.

Voglio raccontarvi un particolare autobiografico: ho sempre amato cantare, da piccola mi svegliavo molto di buonora e cominciavo a cantare sotto le coperte, per attutire il suono e non disturbare nessuno (risultato mal raggiunto!!!). I miei fratelli mi osservavano perplessi e con sguardo interrogativo si chiedevano se per caso il mio modo di fare non fosse da ricondurre a qualche rara patologia… col tempo si sono convinti (e rassegnati!) che era il mio modo di manifestare la gioia.
Ora, si sa che “con l’età si peggiora” e “quello che si è fatto da giovani si fa da grandi”, ogni giorno al mattino prestissimo, mentre il Monastero, e il resto del mondo, sono avvolti da un grande silenzio e la gran parte degli esseri umani è ancora immersa nei sogni, io mi diletto a cantare al mio Signore (ho un posto segreto ove non disturbo nessuno, né le Sorelle, né i vicini di casa). Non dice forse il Salmo “Voglio svegliare l’aurora” (Sal 108,3) e S. Agostino: “Chi canta prega due volte”?

Mi auguro che un giorno faremo parte dello stesso Coro che canterà in eterno l’Amore e la Misericordia del Signore. Desidero tanto andare in Paradiso, quando il Signore vorrà, non da sola però ma insieme a tutti coloro che ho incontrato sul mio cammino, in qualsiasi modo, anche per lo spazio brevissimo di un sorriso. Spero che il Signore me lo conceda per l’intercessione dell’Immacolata Vergine Maria e di tutti i Santi.

Un abbraccio affettuosissimo:

Sr. Ch. Cristiana Scandura osc

PDF Ti lodo, Signore