TENEREZZA NELLE RELAZIONI

A partire dalla giusta comprensione di Gesù fatto carne e quindi anche della nostra corporeità, dono di Dio, si può comprendere il valore della tenerezza che si esprime mediante gesti, sguardi, parole e silenzi.

La tenerezza nasce da qualcosa di molto intimo e diventa adulta quando raggiunge la capacità di vedere Gesù nel fratello, soprattutto in quello che istintivamente vorrei allontanare. Solo una persona che compie un autentico cammino di maturazione umana e spirituale può avere il cuore libero dai giudizi e dalle facili condanne. Possiamo tastare la temperatura della nostra tenerezza nella vita comunitaria, dove le occasioni per metterla in atto sono tantissime.

Le nostre relazioni sono spesso tanto difficili, irte di spine. Dovremmo abbassare le difese che innalziamo per paura e vedere l’altro come fratello e non come nemico. Non avere timore della vulnerabilità ma avere fiducia dell’altro. Fiducia che si costruisce nel tempo, spogliandosi di gelosie, invidie, sospetti.  Si comprende, allora, che il fratello è terra santa in cui per entrare bisogna levarsi i sandali, è prodigio di Dio che suscita stupore, è mistero che va accostato con umiltà e venerazione; il Signore mi donò dei fratelli, scrisse con commozione San Francesco nel suo Testamento.

La tenerezza, soprattutto in seno all’amicizia tra due persone, matura nella certezza dell’affetto reciproco, dalla libertà di essere sé stessi senza che uno annulli l’altro; dallo stare uno di fronte all’altro nel dono reciproco. Nelle amicizie, di quelle vere e che nella vita di ciascuno sono pochissime (due, tre), la tenerezza consente di conoscersi intimamente gli uni gli altri e qui lo stupore per il mistero dell’altro raggiunge vette molto alte.

In poche parole, la tenerezza non è un sentimento sdolcinato, ma l’apice di un amore veramente libero, casto, l’humus di una relazione autentica che ha il suo fondamento in Dio. Amati, amiamo: “Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro” (Lc 6,36).

L’umanità ha fame di tenerezza. Allora coltiviamola a partire dalle nostre relazioni fraterne e amicali, e il resto lo farà lo Spirito Santo, con il diffondere la tenerezza in tutto il mondo. Il più piccolo atto di misericordia ha ripercussioni inimmaginabili.

TENEREZZA COME MITEZZA

Quando Gesù si è chinato sui piedi dei discepoli per lavarli e dare loro l’esempio, ha detto con i fatti che il servizio o si compie con i suoi stessi sentimenti, o non è servizio. Si dice con superficialità che il cristiano deve farsi pane e lasciarsi macinare dai denti degli altri. Bello a dirsi, ma i denti fanno male, molto male, soprattutto i denti di chi divora avidamente senza gratitudine alcuna. La strada del cristiano è una sola; seguire Gesù portando la propria croce e lasciarsi inviare da Lui come agnelli in mezzo ai lupi, fino a vivere in sé la sua Passione e morte.

Scrive San Giovanni Crisostomo: “Finché saremo agnelli, vinceremo e, anche se saremo circondati da numerosi lupi, riusciremo a superarli. Ma se diventeremo lupi, saremo sconfitti, perché saremo privi dell’aiuto del pastore. Egli non pasce lupi, ma agnelli. Per questo se ne andrà e ti lascerà solo, perché gli impedisci di manifestare la sua potenza. È come se Cristo avesse detto: Non turbatevi per il fatto che, mandandovi tra i lupi, io vi ordino di essere come agnelli e colombe. Avrei potuto dirvi il contrario e risparmiarvi ogni sofferenza, impedirvi di essere esposti come agnelli ai lupi e rendervi più forti dei leoni. Ma è necessario che avvenga così, poiché questo vi rende più gloriosi e manifesta la mia potenza. La stessa cosa diceva a Paolo: «Ti basta la mia grazia, perché la mia potenza si manifesti pienamente nella debolezza» (2 Cor 12,9). Sono io dunque che vi ho voluto così miti. Per questo quando dice: «Vi mando come agnelli» (Lc 10,3), vuol far capire che non devono abbattersi, perché sa bene che con la loro mansuetudine saranno invincibili per tutti. Cristo conosce meglio di ogni altro la natura delle cose. Sa bene che la violenza non si arrende alla violenza, ma alla mansuetudine” (Dalle Omelie sul Vangelo di Matteo 33,1).

Gesù si è lasciato condannare ingiustamente, ed è morto sulla croce implorando il perdono per i suoi uccisori: epifania della misericordia di Dio. Solo dopo avverrà la risurrezione; mentre noi vorremmo la gloria senza battaglia. Vita scomoda e difficile per chi vuole seguire il Maestro. Le beatitudini hanno il loro compimento nella vita futura. Nelle apparizioni di Lourdes la Madonna disse a Santa Bernardette: “Non ti farò felice in questa vita ma nell’altra”. Tutto questo non è crudeltà da parte di Dio. Egli vuole la felicità dei suoi figli, e un cristiano dev’essere gioioso. La sua gioia sgorga dalla certezza di essere amato e conosciuto da Dio: “Rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti nei Cieli” (Lc 10,20).

Io conosco i progetti che ho fatto a vostro riguardo – oracolo del Signore -, progetti di pace e non di sventura, per concedervi un futuro pieno di speranza. Voi mi invocherete e ricorrerete a me e io vi esaudirò. Mi cercherete e mi troverete, perché mi cercherete con tutto il cuore; mi lascerò trovare da voi.  Cambierò in meglio la vostra sorte. (Ger 29,11-14).

TENEREZZA ANCHE NELL’APPARENTE SILENZIO DI DIO

Guerre, alluvioni, siccità, terremoti, persecuzioni, dittature, l’elenco si potrebbe protrarre a lungo per dare una panoramica dei nostri tempi. E la Parola tratta dal profeta Geremia, sembra prenderci in giro, suona come un’utopia, una bella favola, mentre nella realtà tutto resta come sempre, come prima. Dio forse ha perso un po’ la testa? Perché certe cose le dice esattamente nei momenti in cui la realtà dei fatti dimostra il contrario di ciò che dice.

Ma Dio, può dirci davvero qualcosa che poi non compie? Egli che è Padre buono, può farsi beffe dei suoi figli?

Queste domande sorgono spontanee dal cuore, dall’esperienza quotidiana intessuta di tante fatiche e tribolazioni, ed è normale e doveroso porci queste domande, perché ci permettono di stare in dialogo con Dio e prendere sul serio la nostra fede.

Un po’ come nel Magnificat che ogni giorno preghiamo ai Vespri: “Ha rovesciato i potenti dai troni, ha rimandato i ricchi a mani vuote, ecc.” Bellissimo! “Eppure – scrive E. Ronchi- in questo canto rivoluzionario c’è come uno scandalo della fede: i poveri restano poveri, gli affamati sono ancora più affamati, e i potenti restano sui loro troni. Dov’è il rovesciamento? Dopo venti secoli siamo ancora qui a ripeterci le stesse cose. Illusione? Inganno?  Non possiamo pregare il Magnificat a cuor leggero. Dobbiamo domandarci in che senso la promessa del Signore non è fallita. Possiamo annunciarla senza che la smentita della realtà renda false le nostre parole? La speranza è più forte dei fatti. Non li ignora, non li aggira, ma li attraversa e li contesta. La visita di Dio non comporta la fine della povertà, non dispensa prestigio e ricchezza, ma porta gioia e canto dentro la povertà. La nostra gioia è proporzionale alla nostra capacità di meravigliarci, alla capacità di stupore e di futuro, alla capacità di generare futuro”.

Inoltre, i nostri tempi non sono quelli di Dio e se talvolta all’apparenza qualcosa ci sembra un’ingiustizia, Dio ci dice: “apri il cuore alla fiducia e non temere perché in quella sventura io sono sempre con te”.

“Non temere”, una parola che nella Bibbia è ripetuta 365 volte, potremmo dire per ciascun giorno dell’anno.  Non temere perché Dio è Dio della vita, della gioia, della speranza.

Sr. Ch. Aurora Sena osc