Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore; ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia; mi chinavo su di lui per dargli da mangiare. (Os 11,4).
La tenerezza è la caratteristica di Dio e la Scrittura ce lo ricorda tante volte. Forse la conosciamo meglio con il termine “Misericordia”, ma in qualunque modo si traduca, essa indica sempre qualcosa di intimo, di caldo e accogliente come il grembo materno. La tenerezza, infatti, nella Bibbia fa riferimento alle viscere materne: “Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione” (Os 11,8); oppure: “Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul seno e conduce pian piano le pecore madri” (Is 40,11); ancora, il bellissimo Salmo 23 del buon Pastore. La tenerezza è l’intima essenza delicata e virile della carità.
TENEREZZA DI DIO NELLA CREAZIONE
Dio è tenerezza perché ci ama di amore caldo, protettivo e accogliente di madre e non solo di Padre. Questo rimanda all’azione fecondante e creatrice dello Spirito che aleggiava sulle acque al principio della creazione e soprattutto nell’incarnazione di Gesù nel seno di Maria Immacolata e poi alla nascita della Chiesa.
Il Salmo 144, 8 prega: Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature. Tutta la creazione trasuda tenerezza, tutto ci parla di Lui. Come non commuoversi dinanzi a tanta bontà di Dio Padre? S. Bonaventura nella Legenda Maggiore di San Francesco, dice che egli “per trarre da ogni cosa incitamento ad amare Dio, esultava per tutte quante le opere delle mani del Signore e, da quello spettacolo di gioia, risaliva alla Causa e Ragione che tutto fa vivere. Contemplava, nelle cose belle, il Bellissimo e, seguendo le sue orme impresse nelle creature, inseguiva dovunque il Diletto. Di tutte le cose si faceva una scala per salire ed afferrare Colui che è tutto desiderabile” (FF1162).
FONDAMENTO DELLA TENEREZZA: L’INCARNAZIONE DEL VERBO
L’espressione somma della tenerezza di Dio è l’incarnazione del Verbo. Afferma il beato Giovanni Duns Scoto che Gesù si sarebbe incarnato ugualmente anche senza il peccato di Adamo, tanto è l’amore di Dio per l’uomo, creato a immagine e somiglianza del Figlio.
Quando Gesù ricevette il battesimo da Giovanni nel fiume Giordano, “discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come di colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento» (Lc 3,22). Queste parole Dio le rivolge a ciascuno di noi perché ogni essere umano è figlio amato nel Figlio e dimora santa del suo compiacimento. Quando facciamo esperienza di Dio, la prima cosa che sentiamo è il suo sguardo amorevole, carezzevole, proprio di un Padre compiaciuto di suo figlio. L’incarnazione di Gesù non potrà mai avere nessuna spiegazione logica esaustiva e, l’unico modo per accedere alla porta di questo grande mistero è la contemplazione, l’adorazione silenziosa. La fede ci introduce alla soglia del mistero dell’Incarnazione per mezzo del quale Dio si è fatto udibile, toccabile, mangiabile; “Verbo abbreviato”, secondo un’espressione medievale (S. Bernardo?). Cioè tutta la Scrittura si è compiuta nell’unica Parola che è Gesù: il Verbo fatto carne. Fatto realmente uomo e non un’idea astratta. San Francesco ha amato tanto il mistero dell’Incarnazione, proprio perché in esso ha compreso Gesù uomo e la conformazione a Lui, fino al mistero Pasquale.
Il mistero dell’Incarnazione deve farci prendere consapevolezza che Dio è veramente con noi, in noi. La tenerezza che proviamo davanti alla rappresentazione del presepe, davanti al Bambinello, non si deve fermare ai pochi giorni delle festività natalizie ma accompagnarci sempre, perché Dio si fa carne ogni giorno nella mia vita, se gli lascio spazio. Se come Maria, divento grembo accogliente alla sua Parola, allora Gesù prende carne in me, in tutto ciò che faccio, in tutti coloro che incontro, nelle svariate situazioni della vita. Non dico nulla di nuovo perché sono cose che già sappiamo, ma proprio perché le sappiamo, diventano abitudine, e l’abitudine appiattisce, fa vedere tutto grigio e monotono.
Vorrei quindi ricordare, cioè portare alla memoria del cuore alcuni modi in cui Gesù si fa carne nella nostra vita.
- Il bellissimo mistero dell’inabitazione della SS. Trinità in noi dal giorno del battesimo. Dio abita in noi, ma ci pensiamo? Ci crediamo realmente? Spesso ci lamentiamo della solitudine, ma se credessimo realmente che le Tre Persone divine dimorano in noi, non ci sentiremmo più soli; infatti migliore compagnia di questa dove la troviamo? La Vergine Maria è definita come tempio dello Spirito Santo, ma anche il credente, dice San Paolo, è tempio dello Spirito.
- Il meraviglioso mistero dell’Eucaristia, in cui Gesù si fa carne ogni giorno in un pezzo di pane. San Francesco al colmo dello stupore e della gratitudine per questo mistero esclamava: “Tutta l’umanità trepidi, l’universo intero tremi e il cielo esulti, quando sull’altare nelle mani del sacerdote, è presente Cristo, il Figlio del Dio vivo. O ammirabile altezza e stupenda degnazione! O umiltà sublime! O sublimità umile, che il Signore dell’universo, Dio e Figlio di Dio, si umili a tal punto da nascondersi, per la nostra salvezza, sotto poca apparenza di pane! Guardate, fratelli, l’umiltà d Dio, e aprite davanti a Lui i vostri cuori; umiliatevi anche voi, perché siate da Lui esaltati. Nulla, dunque, di voi trattenete per voi, affinché tutti e per intero vi accolga Colui che tutto a voi si offre”. (Lettera a tutto l’Ordine FF 221).
- La presenza di Gesù in chi ci sta accanto, soprattutto nei più fragili ed emarginati, in quelli che non sopportiamo o che ci fanno tanto soffrire. E qui la tenerezza da bambina diventa adulta.
- San Francesco e S. Chiara, come tanti altri Santi, maestri di spirito, ci insegnano quanto sia importante tenere presente l’umanità di Cristo, meditare sulla sua vita terrena, perché ce lo fa sentire uno di noi, pienamente uomo.
Ci fa bene guardare a Gesù Bambino e riflettere sul mistero dell’Incarnazione. Pensare alle cure che Maria e Giuseppe hanno donato al loro figlio, un bimbo normalissimo da accudire in tutte le sue esigenze. Dice il vangelo di Luca che Maria avvolse in fasce Gesù appena nato. Poi come ogni mamma l’ha allattato, cambiato, lavato, insegnato a parlare, camminare. Pensiamo che Gesù strillava, piangeva e rideva come tutti i bambini; anche lui giocava con i suoi coetanei, anche lui ha imparato a pregare dai suoi genitori. Giuseppe gli ha anche insegnato il suo mestiere di falegname, e Gesù ha veramente lavorato e faticato in quei trent’anni a Nazareth in cui nessuno avrebbe mai immaginato che quel giovane uomo, uno come tanti, avrebbe cambiato il corso della storia. Pensare, dunque, all’umanità di Gesù, immaginarlo, non è una sciocchezza, una pia devozione, ma è ciò che nutre e dà solidità alla nostra fede, avvicinandoci al mistero dell’Incarnazione. “Dio s’è fatto come noi, per farci come Lui” dice quel canto che ben conosciamo. Dio s’è fatto piccolo perché avessimo confidenza con Lui; nessuno ha paura di un bambino.
Il Salmo 40, che noi siamo abituati a pregare con queste parole: “Sacrificio e offerta non gradisci, gli orecchi mi hai aperto”, la lettera agli Ebrei lo cita con una differenza: “Sacrificio e offerta non gradisci, un corpo invece mi hai preparato”, riferito a Gesù. Tuttavia possiamo benissimo applicarlo a noi stessi. Dio, creandoci donna/uomo, mi ha donato un corpo che non va banalizzato, bensì accolto, rispettato, valorizzato, amato, per farne una lode a Dio, nella logica della restituzione. Dio ci ha fatto come un prodigio, siamo opera di Artista, il migliore che ci sia.
Sr. Ch. Aurora Sena osc