Il combattimento spirituale

Carissimi Fratelli e Sorelle,

San Paolo definisce la vita del cristiano impegnato come una battaglia che ingaggia contro un agente interno (la concupiscenza) e due agenti esterni (il mondo e il diavolo) e ci fornisce le armi di questo combattimento spirituale, scrive:

“Rivestitevi dell’armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo. La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti. Prendete perciò l’armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver superato tutte le prove. State dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia, e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il vangelo della pace. Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno; prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la Parola di Dio. Pregate inoltre incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, vigilando” (Ef 16,11-18).

Le virtù cristiane sono dunque le armi di luce che il soldato di Cristo è chiamato a rivestire, soprattutto è la fede in Cristo a vincere il maligno e il mondo.

La fede è un dono che Dio fa all’uomo gratuitamente. Noi però possiamo perdere questo dono inestimabile. San Paolo, a questo proposito, mette in guardia Timoteo: “Combatti la buona battaglia con fede e buona coscienza, poiché alcuni che l’hanno ripudiata hanno fatto naufragio nella fede” (1 Tm 1,18-19).

Per vivere, crescere e perseverare nella fede sino alla fine, dobbiamo nutrirla con la Parola di Dio: dobbiamo chiedere al Signore di accrescerla; essa poi deve operare per mezzo della carità (Gal 5,6), essere sostenuta dalla speranza ed essere radicata nella fede della Chiesa.

L’origine del combattimento spirituale

Il peccato originale, sebbene proprio a ciascuno, in nessun discendente di Adamo ha un carattere di colpa personale. Esso consiste nella privazione della santità e della giustizia originali, tuttavia la natura umana non è interamente corrotta (non esiste un uomo completamente cattivo che non abbia in sé alcuna parte sana o comunque per il quale non ci sia speranza di conversione): essa però è ferita nelle sue proprie forze naturali, sottoposta all’ignoranza, alla sofferenza e al potere della morte, e incline al peccato, questa inclinazione al male è chiamata “concupiscenza” .

Il Battesimo, donando al cristiano la vita della grazia di Cristo, cancella il peccato originale e volge di nuovo l’uomo verso Dio; ma le conseguenze di tale peccato sulla natura indebolita e incline al male rimangono nell’uomo e lo provocano al combattimento spirituale.

Prima dell’Ascensione, Cristo ha affermato che non era ancora il momento del costituirsi glorioso del Regno messianico atteso da Israele, Regno che doveva portare a tutti gli uomini,  l’ordine definitivo della giustizia, dell’amore e della pace.

Il tempo presente è ancora segnato dalla “necessità” (1 Cor 7,26) e dalla prova del male, che non risparmia la Chiesa. E’ un tempo di attesa e di vigilanza.

“Con l’acqua battesimale, viene concesso un perdono talmente ampio che non rimane più alcuna colpa – né originale né ogni altra contratta posteriormente – e viene rimessa ogni pena da scontare. La grazia del Battesimo, però, non libera la nostra natura dalla sua debolezza; anzi non vi è nessuno che non debba lottare contro la concupiscenza, fomite continuo di peccato.

In tale combattimento contro l’inclinazione al male, chi potrebbe resistere con tanta energia e con tanta vigilanza da riuscire ad evitare ogni ferita del peccato? Nessuno. Proprio per questo fu necessario che nella Chiesa vi fosse la potestà di rimettere i peccati anche in modo diverso dal sacramento del Battesimo. Per questa ragione Cristo consegnò alla Chiesa le chiavi del Regno dei Cieli, in virtù delle quali potesse perdonare a qualsiasi peccatore pentito i peccati commessi dopo il Battesimo, fino all’ultimo giorno della vita” (Cfr CC 978\979).

Per mezzo del Battesimo sono dunque rimessi tutti i peccati: il peccato originale e tutti i peccati personali, come pure le pene del peccato. In coloro che sono stati rigenerati, infatti, non rimane nulla che impedisca loro di entrare nel Regno di Dio, né il peccato di Adamo, né il peccato personale, né le conseguenze del peccato, di cui la più grave è la separazione da Dio.

Rimangono tuttavia nel battezzato alcune conseguenze temporali del peccato, quali le sofferenze, la malattia, la morte, o le fragilità inerenti alla vita come le debolezze del carattere, ecc., e anche una inclinazione al peccato che la Tradizione chiama la concupiscenza, o, inclinazione al peccato.

Essendo questa concupiscenza lasciata per la prova, non può nuocere a quelli che non vi acconsentono e che le si oppongono virilmente con la grazia di Gesù Cristo. Anzi, “non riceve la corona se non chi ha lottato secondo le regole (2 Tm 2,5).

In questo combattimento non siamo soli. Dio stesso è con noi, lo attesta San Paolo: “Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?”; la Vergine Maria, invocata (tra gli altri titoli) come Madre del Perpetuo Soccorso è sempre disposta a venirci in aiuto e anzi ci previene; il nostro buon Angelo Custode ci è stato donato per questo; abbiamo inoltre una schiera di Santi pronti a soccorrerci, appena glielo chiediamo, in virtù della comunione che regna tra la Chiesa militante e quella trionfante (tra questi possiamo anche sceglierne qualcuno o qualcuna cui chiedere una speciale protezione).

Incoraggiati dunque dall’esempio dei Santi, nostri fratelli, che hanno sostenuto le stesse nostre battaglie e le hanno vinte, adoperiamoci anche noi a lottare da prodi ben sapendo che

“la fatica quaggiù è breve, ma la ricompensa è eterna.”

                                                                                               (San Francesco).

Con grande affetto:

 

Sr. Ch. Cristiana Scandura osc

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Audio: Inno all’amore

Testo, musica ed esecuzione:

Sr. Ch. Cristiana Scandura osc

Il Figlio del falegname

 

 

Carissimi Fratelli e Sorelle, 

quando ascolto o leggo questa espressione con la quale nei Vangeli viene definito Gesù e cioè: “Il figlio del falegname” (Mt 13,55), il mio cuore si riempie di stupore e mi commuovo profondamente.

Mi sembra una cosa così grande che il Dio eccelso, Creatore del Cielo e della Terra, non solo abbia assunto la natura umana, ma abbia anche condiviso in tutto la condizione della povera gente, del più comune degli uomini, partecipando anche all’umile dimensione del lavoro.

Quelle dita che hanno creato e, per così dire, posato nel posto giusto miriadi di stelle nel firmamento del cielo, quelle mani che hanno dipinto i monti e fatto fiorire i prati, alimentato le sorgenti, creato il letto ai fiumi e ricamato e intessuto ogni essere umano nel grembo materno, hanno anche faticato in una piccola falegnameria di un piccolo paese e hanno avuto a che fare con legno, trucioli, pialla, polvere e… sicuramente anche con qualche cliente petulante.

Che meraviglia!

TUTTO CIÒ CHE IL VERBO HA ASSUNTO LO HA REDENTO. 

Com’è bello pensare che Nostro Signore Gesù Cristo ha condiviso tutto della nostra vita, eccetto il peccato: le fatiche, le gioie, le tribolazioni, l’amicizia, ecc… e persino l’umile lavoro quotidiano.

Carissimi, voglio farvi una confidenza: a me piace molto lavorare, lavoro volentieri e mi piace qualsiasi tipo di lavoro, da quello più umile a quello più nobile, anzi sono convinta che non esista un lavoro meno nobile di un altro.

Da buona figlia di S. Francesco e S. Chiara D’Assisi, credo che il lavoro, prima di avere un fine ascetico o funzionale (finalizzato cioè al sostentamento economico), abbia soprattutto il fine di glorificare Dio.

IL LAVORO È UN DONO, UNA GRAZIA. 

Con un atto di grande fiducia, Dio ha affidato all’uomo il compito di custodire la creazione e di realizzare sempre nuove conquiste. Il lavoro va svolto perciò con fedeltà, competenza, zelo e precisione. Attraverso di esso siamo chiamati a restituire a Dio,  moltiplicati,  i talenti che  abbiamo  da  Lui  ricevuti.   Durante  lo

svolgimento del nostro lavoro poi, non dobbiamo mai perdere di vista che stiamo lavorando  per  la  gloria  di  Dio  e  per  l’utilità  dei  fratelli.   Proprio   per  questo

dobbiamo mettere tutta l’attenzione e l’amore possibili, memori che il Figlio di Dio ha santificato il lavoro, non disdegnando di compiere i lavori più umili, lavorando con le Sue stesse mani.

Alcuni, che conoscono poco la vita che si svolge dentro un Monastero, non sanno che la nostra vita, integralmente contemplativa, e quindi principalmente dedita alla preghiera, è però una vita anche molto laboriosa.

Spesso le mie giornate iniziano molto all’alba e ben mi si addicono le parole del Sal 108,3: “Voglio svegliare l’aurora”. (Così come la sera nessuno mette in pratica meglio di me le parole del Sal 4,9: “In pace mi corico e subito mi addormento”…)

Fra gli altri servizi che svolgo in Fraternità, mi piace lavorare in “falegnameria” (come il mio Sposo del resto), mi occupo infatti anche della realizzazione di icone, quadri e portachiavi in legno.

Ecco, vi confido che, spesso la sera sono “super” stanca, ma anche “super” felice e mi piace pensare che anche Gesù la sera era stanco, dopo una giornata estenuante di lavoro o di apostolato, ma felice. Questo mi riempie ancor più di gioia.

Come sono felice di essere la sposa di questo Falegname!

Quando guardo le mie mani, non del tutto raffinate, penso alle Sue, che non solo hanno avuto probabilmente qualche callosità a motivo del lavoro che svolgeva, ma sono state anche forate dai chiodi, per amor mio, per amor nostro.

Carissimi, ho un desiderio un po’ folle, ma so che voi ormai mi comprendete, quando chiuderò gli occhi su questa terra, vorrei che le mie Sorelle, sopra l’abito religioso, mi cingessero anche il grembiule. Proprio quello che uso nei miei lavori quotidiani.

Vorrei che S. Pietro (chiudendo un occhio sul resto…) mi riconoscesse subito come l’umile sposa dell’Umile Servo di Jahwé: Gesù di Nazareth. Mio Signore e mio Dio. Amen!

 Con grande affetto:

Sr. Ch. Cristiana Scandura osc 

 

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Audio: Cantico D’amore

 

 

Testo e musica: Sr. Ch. Cristiana Scandura osc

Arrangiamento: Samuel Sciarra

 

Angelo di Dio che sei il mio custode…

Carissimi Fratelli e Sorelle,

tra tutti i doni che il Buon Dio ci ha fatto e per i quali siamo tenuti a renderGli vive azioni di grazie, ce n’è uno su cui oggi voglio fermarmi a riflettere, insieme a voi, per prenderne sempre più coscienza e per benedire il Signore: il dono dell’Angelo Custode.

Una delle prime preghiere che s’imparano e una delle ultime che si dimenticano, è quella rivolta all’Angelo custode. Concisa e ritmata, sembra adatta ad imprimersi nella memoria. L’invocazione all’Angelo Custode, di certo appartiene all’infanzia di ciascuno di noi, ma non per questo il suo significato è destinato a smarrirsi quando diventiamo adulti.

Dal suo inizio e fino all’ora della morte ogni persona è affidata alla speciale protezione di un Angelo che se ne prende amorevole cura per guidarla sui sentieri della vita. L’esistenza di questi esseri spirituali incorporei, che la Sacra Scrittura chiama abitualmente “Angeli” è una verità di fede largamente testimoniata dalla Sacra Scrittura e dalla Tradizione.

Chi sono gli Angeli?

Sant’Agostino ci illumina a questo riguardo spiegando che la parola “Angelo” designa l’ufficio, non la natura. Egli dice che se si chiede il nome di questa natura si risponde che è spirito, se si chiede invece la missione si risponde che è “Angelo”.

Gli Angeli sono servitori e messaggeri di Dio.

Come recita il Sal 103,20, essi sono “potenti esecutori dei suoi comandi, pronti sempre alla voce della sua parola”.  Gli Angeli sono creature puramente spirituali, personali e immortali, che superano in perfezione tutte le creature visibili.

L’angelo incarna e concretizza la sollecitudine di Dio per ogni uomo. Il nostro Angelo Custode non è nient’altro che espressione del fatto che ognuno di noi è conosciuto, amato e seguito in maniera del tutto personale da Dio. L’Angelo Custode è il pensiero d’amore che Dio nutre per ciascuna persona, tradotto in realtà.

Cristo è il centro del mondo angelico

«Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli […]» (Mt 25,31). Sono suoi perché creati per mezzo di lui e in vista di lui: «Poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: troni, dominazioni, principati e potestà. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui» (Col 1,16). Sono suoi ancor più perché li ha fatti messaggeri del suo disegno di salvezza: «Non sono essi tutti spiriti incaricati di un ministero, inviati per servire coloro che devono ereditare la salvezza?» (Eb 1,14).

Essi, fin dalla creazione e lungo tutta la storia della salvezza, annunciano da lontano o da vicino questa salvezza  e servono la  realizzazione del disegno salvifico  di  Dio: la Legge viene comunicata mediante il ministero degli angeli, essi guidano il popolo di Dio, annunziano nascite e vocazioni, assistono i profeti, per citare soltanto alcuni esempi. Infine, è l’angelo Gabriele che annunzia la nascita del Precursore e quella dello stesso Gesù.

Dall’incarnazione all’ascensione, la vita del Verbo incarnato è circondata dall’adorazione e dal servizio degli angeli. Quando Dio «introduce il Primogenito nel mondo, dice: lo adorino tutti gli angeli di Dio» (Eb 1,6). Il loro canto di lode alla nascita di Cristo non ha cessato di risuonare nella lode della Chiesa: «Gloria a Dio…» (Lc 2,14). Essi proteggono l’infanzia di Gesù, servono Gesù nel deserto, lo confortano durante l’agonia,  quando egli avrebbe potuto da loro essere salvato dalla mano dei nemici come un tempo Israele.  Sono ancora gli angeli che evangelizzano  la Buona Novella dell’incarnazione  e della risurrezione  di Cristo. Al ritorno di Cristo, che essi annunziano,  saranno là, al servizio del suo giudizio” (CCC 331-333).

Carissimi, personalmente ho una devozione, un affetto, un amore grande, anzi immenso verso il mio Angelo Custode e una gratitudine altrettanto smisurata verso il Padre Celeste che me lo ha donato.

Spessissimo invoco il suo aiuto, si può dire che facciamo tutto insieme. Gli ho pure dato un nome, ve lo confido: io lo chiamo Christian. Mi piace chiamarlo per nome, me lo fa sentire più vicino ed avere più confidenza in lui.

Quando non posso arrivare fisicamente alle persone che vorrei consolare o soccorrere o proteggere, mando lui in vece mia a sussurrare parole di conforto, ad accarezzare, a tergere lacrime o semplicemente a portare il mio affetto e la mia vicinanza spirituale. Il nostro Angelo Custode è felice quando gli affidiamo queste incombenze o gli chiediamo di aiutarci, ci è stato donato per questo. Quanto mi piacerebbe che il Santo Padre indicesse un Anno Santo speciale dedicato proprio agli Angeli Custodi, se lo meritano per tutto il da fare che gli diamo.

Perché non dai anche tu un nome al tuo Angelo Custode?

 Il Signore è sempre vicino e operante nella storia dell’umanità e ci accompagna anche con la singolare presenza degli Angeli Custodi che sono ministri della divina premura per ogni uomo. A Lui lode e gloria nei secoli. Amen!

 Con grande affetto:

Sr. Ch. Cristiana Scandura osc

 

Angelo di Dio pdf

Audio: Il tuo Angelo

Testo e musica: Sr. Ch. Cristiana Scandura osc

Arrangiamento: Samuel Sciarra

E il Verbo si fece carne

Carissimi Fratelli e Sorelle,

mi ha sempre colpito un grido, un’implorazione, presente nell’Antico Testamento, che esprime il desiderio e l’anelito più profondo del cuore umano, il desiderio di Dio:

“Se Tu squarciassi i cieli e scendessi!” (Is 63, 19)

Uscito dalle mani del Creatore come un vaso dalle mani del vasaio, l’uomo porta in sé la nostalgia di Dio e nessuna cosa o persona riesce ad appagare il suo cuore all’infuori di Lui. Dopo tante ricerche condotte in tal senso, S. Agostino si rese conto che il cuore dell’uomo è inquieto e non riposa se non in Dio.

È Dio che mette nel nostro cuore la sete di Lui, di cui portiamo l’impronta, è Dio che il nostro cuore cerca e desidera, è Lui che mette nel nostro cuore desideri più grandi di noi.

Questo anelito ha trovato piena soddisfazione quando, nella pienezza dei tempi:

“Il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1, 14).

 A Natale non celebriamo il giorno della nascita di un personaggio importante come ce ne sono molti. Con il Natale è avvenuto qualcosa di più: il Verbo si è fatto carne. Il Verbo si fa carne, entrando nella storia, dandole senso pieno e orientamento. Egli è l’origine e il fine di tutte le cose.

Dio sceglie di nascere in un piccolo villaggio: Betlemme. Attualizzando la Parola, in questo tempo di prova che stiamo vivendo, diciamo che possiamo stare a nostro agio, perché le difficoltà quotidiane, le tribolazioni, la piccolezza, la povertà sono di preferenza i luoghi visitati da Dio. Visitati e redenti. Visitati e benedetti con la Sua Presenza.

Quando Maria riceve l’annuncio da parte dell’Angelo, è invitata a gioire con queste parole: “Rallegrati, o piena di grazia, il Signore è con te”. Anzitutto “rallegrati”. Ma come? Maria vive in un tempo di oppressione, in Israele c’è la pesante dominazione romana, ella conoscerà l’esilio in Egitto, la morte di tanti innocenti, sperimenterà pian piano una spada che le trafigge il cuore, ecc. Come rallegrarsi? Che significa rallegrarsi? Come Maria, il cristiano è chiamato alla gioia, non però ad una gioia superficiale e soprattutto fuori dalla storia e fuori dalle prove, bensì ad una gioia dentro la storia e dentro le prove che inevitabilmente l’attraversano. Una gioia che scaturisce dalla certezza di essere amati da Dio: è Lui che conduce la storia. Qualunque cosa possa succedere, siamo nelle mani di un Padre che ci ama teneramente.

Betlemme in questo giorno santo assomiglia al Cielo, invece di stelle ha ricevuto angeli e, al posto del sole, accoglie in sé il Sole di giustizia: Cristo Signore.

“E non chiedetemi come: perché dove Dio vuole, l’ordine della natura si sottomette.

Poiché Egli lo ha voluto, ne ha avuto il potere, è disceso, ha redento l’uomo; tutte le cose hanno cooperato con Lui a questo scopo.

Oggi nasce Colui che eternamente è, e diviene ciò che non era. È Dio e diventa uomo! Diventa uomo senza smettere di essere Dio. Ancora, Egli è divenuto uomo senza alcuna perdita della divinità. Da allora, tutti gioiscono. Anch’io desidero gioire. Anch’io mi auguro di partecipare alla danza corale, di celebrare la festa. Ma faccio la mia parte, non pizzicando l’arpa, non con musica di pifferi, né tenendo una torcia, ma portando tra le braccia la culla di Cristo. Perché essa è tutta la mia speranza, la mia vita, la mia salvezza, il mio piffero, la mia arpa. E portandola giungo e, anche io, con gli angeli, canto: Gloria a Dio nelle altezze supreme; e con i pastori: e sulla terra sia pace agli uomini di buona volontà” (S. Giovanni Crisostomo).

L’origine del presepe

 Nella cristianità la festa del Natale ha assunto una forma chiara soltanto nel IV secolo, quando prese il posto della festa romana del dio Sole e insegnò a concepire la nascita di Cristo come la vittoria della vera luce. Il calore umano particolare, che durante il Natale tanto ci commuove, si è tuttavia sviluppato soltanto nel Medioevo; e in proposito fu Francesco d’Assisi, con il suo amore profondo per l’umanità di Cristo, ad introdurre questa novità.

Il suo primo biografo, Tommaso da Celano, racconta nella sua seconda biografia quanto segue: “Al di sopra di tutte le altre solennità celebrava con ineffabile premura il Natale del Bambin Gesù e chiamava festa delle feste, il giorno in cui Dio, fatto piccolo infante, aveva succhiato a un seno materno. Baciava con animo avido le immagini di quelle membra infantili, e la compassione del Bambino, riversandosi nel cuore, gli faceva anche balbettare parole di dolcezza, alla maniera dei bambini. Questo nome era per lui dolce come un favo di miele in bocca” (FF 199).

Il desiderio di vicinanza, di realtà, di sperimentare in maniera viva e molto attuale Betlemme e di provare direttamente e comunicare a tutti la gioia della nascita del Bambino Gesù, lo spinse alla famosa celebrazione del Natale a Greccio, contribuendo allo sviluppo della più bella tradizione natalizia: la tradizione del presepe.

Dal presepe al fratello

 Il nostro Dio è un po’ birichino, ama cambiare continuamente sembianze, per stimolarci a cercare e a scoprire il Suo Volto nel malato, nel carcerato, nel povero, in chiunque. Talvolta desidero e mi immagino di tenerlo Bambino tra le braccia e Lui invece mi si presenta nel volto rugoso della mia sorella di 89 anni che accudisco… In quel momento mi vengono in mente le parole di Giovanni, il discepolo che Gesù amava: “E’ il Signore!”. Sì, è proprio Lui, che ama nascondersi per educarci a scoprirLo e a riconoscere la Sua Presenza in ciascuno dei fratelli e delle sorelle che incontriamo sul nostro cammino.

Voglio confidarvi uno dei desideri che ho nel cuore (del resto per me l’umanità è come una grande famiglia e perciò mi sento a casa, tra fratelli e sorelle), mi piacerebbe tanto che il Santo Padre aggiungesse alle 7 opere di misericordia spirituale, un’ottava opera: quella della gioia o del buon umore, intendendo con ciò la capacità, certamente attinta nel Signore, di regalare anche un semplice sorriso a chi ci sta accanto.

Tale desiderio mi nasce dal fatto che, da qualche anno, constato che nella nostra società si sta smarrendo la capacità di sorridere e di stupirsi delle cose semplici e dalla speranza di promuovere l’impegno di vivere e promulgare il Vangelo della gioia. Vorrei che in questo Santo Natale prendessimo insieme questo impegno: non passi giorno della nostra vita senza che portiamo un raggio di sole nella vita di qualche persona. A volte basta veramente poco: un atteggiamento accogliente, l’ascolto, una parola buona, anche un semplice sorriso.

Auguri di un Santo Natale.

 

Con grande affetto:

 

Sr. Ch. Cristiana Scandura osc

 

 

E il Verbo si fece carne pdf

 

Audio: Una voce il mio Diletto

Testo e musica: Sr. Ch. Cristiana Scandura osc

Arrangiamento: Giovanni San Giovanni