Desidero raccontarvi la mia storia vocazionale a partire da una Parola di Dio che mi accompagna da anni, si tratta di una frase che il Signore rivolge al Profeta Isaia

 “Ti ho amato di amore eterno” (Ger 31,3).

 Perché cominciare con questa frase? Perché il Signore ci ama di un amore che non ha limiti e confini ed è quello che ho sperimentato nella mia vita. Queste parole mi hanno accompagnata negli anni come un filo sottile ma tenace, capace di attraversare domande, inquietudini, desideri e paure. Ogni volta che la vita mi poneva davanti a scelte importanti o momenti di smarrimento, sentivo riaffiorare nel cuore quella promessa silenziosa: ero amata, da sempre, prima ancora di capire chi fossi o cosa avrei fatto della mia vita.

La comprensione del disegno di Dio su di me non è stata un’illuminazione improvvisa, folgorante come quella di san Paolo sulla via di Damasco. È stata piuttosto un cammino lento, paziente, fatto di ricerca e di discernimento. Un cammino segnato dall’ascolto della Parola di Dio e dalla preghiera quotidiana. Fondamentale è stato anche il confronto sincero con chi il Signore ha messo accanto a me come guida spirituale: persone che mi hanno aiutata a leggere i segni, a non avere fretta, a fidarmi dei tempi di Dio più che dei miei.

Col tempo ho compreso che quell’amore eterno chiedeva una risposta totale, nascosta, semplice. Intanto, mentre il mio cammino di discernimento continuava, proseguiva anche il mio cammino umano e gli studi, così dopo il liceo classico, conseguii la laurea in Scienze dell’Educazione.

Determinante nella comprensione del disegno di Dio su di me, fu una settimana mariana, vissuta nella mia Parrocchia, con la statua pellegrina della Madonna di Fatima. Fu una bellissima esperienza. Il Signore in quella settimana, attraverso l’intercessione di Maria, fece sbocciare in me il desiderio di consacrare totalmente la mia vita a lui.

Inizialmente intrapresi il mio cammino di sequela di Cristo in una forma di vita consacrata attiva, ma poichè, nel corso degli anni, il richiamo della vita claustrale, che inizialmente mi sembrava lontana e forse persino incomprensibile, si faceva sempre più forte, presi la risoluzione di contattare un monastero di clausura. Il mio pensiero si diresse subito nella zona di Catania forse perché è qui che ho studiato e mi sono laureata.

Fu così che entrai in contatto con la Fraternità di cui oggi faccio parte. Dopo uno scambio di email e alcuni incontri di presenza, seguì la decisione finale di fare un’esperienza in clausura. Così, l’8 gennaio 2019, varcai la soglia del Monastero Santa Chiara di Biancavilla (CT), non perché avessi tutte le certezze, ma perché avevo imparato a fidarmi.

Entrare in clausura è stata per me una risposta all’amore eterno con cui Dio mi ha amata e mia ama. Ho capito che quando il Signore chiama, bisogna solo lasciarsi condurre dallo Spirito Santo verso quello che Dio vuole per noi, in totale e fiducioso abbandono, nella certezza che Dio non ci toglie nulla, anzi ci regala una vita piena. Considero le grate, dietro le quali vivo, come le ali con le quali volerò verso il premio futuro che è la gloria di Cristo, che attende ogni figlio e figlia con le braccia aperte e il cuore traboccante di amore. Da questo luogo, insieme alle mie Sorelle, offro la mia vita e la mia preghiera per tutta l’umanità.

Vorrei concludere questa mia testimonianza con una storia molto bella, proposta esempio di fiducia:

Era una famigliola felice e viveva in una casetta di periferia. Ma una notte scoppiò nella cucina della casa un terribile incendio. Mentre le fiamme divampavano, genitori e figli corsero fuori. In quel momento si accorsero, con infinito orrore, che mancava il più piccolo, un bambino di cinque anni. Al momento di uscire, impaurito dal ruggito delle fiamme e dal fumo acre, era tornato indietro ed era salito al piano superiore. Che fare? Il papà e la mamma si guardarono disperati, le due sorelline cominciarono a gridare. Avventurarsi in quella fornace era ormai impossibile…e i vigili del fuoco tardavano. Ma ecco che lassù, in alto, s’aprì la finestra della soffitta e il bambino si affacciò urlando disperatamente: “Papà! Papà!”. Il padre accorse e gridò: “Salta giù!”. Sotto di sé il bambino vedeva solo fuoco e fumo nero, ma sentì la voce e rispose: “Papà, non ti vedo…”. “Ti vedo io, e basta. Salta giù!”. Urlò l’uomo. Il bambino si fidò, saltò e si ritrovò sano e salvo tra le robuste braccia del papà, che lo aveva afferrato al volo.

Sono convinta che il Signore sia come questo papà e noi dovremmo essere come questo bambino, magari all’inizio indecisi, impauriti, forse disorientati perché non capiamo né vediamo chiaramente le cose ma intanto sentiamo quell’invito a buttarci.

Anche a noi il Signore dice di saltare perché Lui ci vede e ci aspetta per prenderci tra le sue braccia sicure, penso che alla fine la mia vita sia stato questo salto, mi sono fidata e affidata con tutta me stessa a quel Padre dalle robuste e tenere braccia. Come la sposa del cantico dei cantici posso dire <<trovai l’amore dell’anima mia lo strinsi forte e non lo lascerò>> (Ct 3,4).

Vi auguro di tuffarvi tra le braccia forti del Signore, di stringervi a Lui e non lasciarlo mai.

Con grande affetto:

Sr. M. Chiara Bellomo osc