L’incontro tra due assetati. La sete di Gesù e la sete della Samaritana.

 

La sete dell’uomo.

La sete esprime un bisogno naturale che accomuna tutti gli uomini. L’organismo umano ha bisogno di bere acqua per vivere. È dunque una questione di vita o di morte.

Ma c’è una sete ancor più profonda: la sete di amore, di felicità, di senso.

Spesso si cerca di dissetare questa sete attingendo a pozzi inconsistenti, con il risultato che la sete aumenta ancora di più.

Anche nelle scelte sbagliate che si possono compiere, si nasconde il desiderio di colmare questa sete. Ma, dice S. Agostino: “Il nostro cuore è inquieto se non riposa non Dio” la nostra sete rimane inappagata se cerchiamo di estinguerla altrimenti, perché nessuna cosa e nessuna persona può colmarla.

Nel nostro cuore c’è una profonda nostalgia di Dio, alla cui immagine e somiglianza siamo stati creati.

Il dialogo di Gesù con la donna samaritana ha da sempre affascinato artisti e interpreti. L’episodio è ricchissimo di simbolismi, a cominciare dal nome del luogo dell’incontro. Sicàr significa ”qualcosa è intasato”. L’uomo spesso sperimenta di essere intasato, separato dalla sua sorgente. Quella sorgente da cui dovrebbe zampillare nel suo cuore la gioia, la felicità.

Ogni uomo è in cerca della felicità, spesso però egli la cerca in “pozzi” sbagliati, prosciugati, vuoti, che non la contengono.

La prima parte del dialogo tra Gesù e la samaritana ruotano attorno all’acqua, al pozzo e alla sorgente. Tutti e tre i concetti sono immagini di una realtà più profonda: rimandano all’uomo che brama l’acqua atta a spegnere la sua sete, che è principalmente sete di amore.

Qui Gesù parla dell’acqua viva. L’acqua viva è innanzitutto acqua sorgiva in contrapposizione all’acqua stagnante di una cisterna.

Da sempre l’umanità ha sognato un’acqua di vita, una fonte dell’eterna giovinezza, un’acqua che comunichi un sentimento di vita nuovo e sempre giovane, che guarisca le ferite e preservi dalla vecchiaia e dalla morte. Gesù si riallaccia a questo anelito originario dell’uomo e soddisfa quello che l’uomo brama nel proprio cuore: egli dona l’acqua che dà la vita eterna.

Ma in che modo la dona? Non è solo l’acqua battesimale quella a cui Giovanni vuole qui rimandare. Se accogliamo in noi Gesù e la sua Parola, egli diventa per noi l’acqua che risana e rinfresca: egli ci porta a contatto con la sorgente interiore dell’acqua viva che zampilla nella nostra anima, ma da cui spesso noi siamo tagliati fuori.

Alla sete di vita fa seguito il desiderio d’amore. I sei uomini che la donna ha avuto, sono simbolo degli idoli con cui siamo sposati: denaro, potere, sessualità, gloria, ecc… gli idoli però non riescono a colmare ad appagare l’anelito di vita e di amore che il nostro cuore sente e ci lasciano più vuoti e tristi di prima.

Soltanto se ci inginocchiamo davanti a Dio e lo adoriamo raggiungiamo la meta del nostro desiderio. Solo allora il nostro cuore inquieto si placa.

I sei mariti sono immagine della sete di vita inappagata della donna e dell’autoillusione di cui siamo schiavi tutti quanti, come se il nostro anelito infinito potesse essere soddisfatto da persone o da cose. I sei mariti rimandano infine al settimo sposo, a Gesù che sulla croce si lascia squarciare il cuore per dimostrarci il Suo Amore, senza limiti e senza pretese. Un amore gratuito, personale, unico, fedele, che solo può colmare la nostra sete di amore infinito.

Notiamo come durante il dialogo della donna samaritana con Gesù, nel cuore di questa abbia cominciato a zampillare la sorgente di acqua viva di cui le parla Gesù, tanto è vero che essa, lascia la brocca con la quale era venuta al pozzo per attingere l’acqua e corre ad annunciare ai suoi concittadini che ha incontrato il Messia.

La sete di Dio.

Se l’uomo ha sete di Dio, lo sappia o no, e ne è prova che niente e nessuno può appagarlo, anche Dio ha sete dell’uomo, ha sete di me e di te.

“Dammi da bere” (Gv 4, 7) dice Gesù alla Samaritana. “Ho sete” (Gv 19, 28), ripete sulla Croce. Sete della mia e della tua risposta al Suo Amore.

Il Suo Sangue versato sulla Croce non sia vano.

L’Eucaristia è il luogo d’incontro fra due assetati o meglio ancora fra due innamorati. Ma anche quando dedichiamo del tempo alla preghiera che altro non è che incontro con l’Amato, l’Amico, il Fratello, il Signore, lo Sposo, si realizza l’incontro fra due assetati.

Tu hai preso coscienza della tua sete?

Quali sono i pozzi ai quali hai cercato di dissetarti?

Quali di essi ti hanno deluso e dove invece hai trovato la gioia vera e duratura?

Vi abbraccio fraternamente in Cristo:

Sr. Ch. Cristiana Scandura osc

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Il mistero della divina chiamata

IL MISTERO DELLA DIVINA CHIAMATA – Sr. Ch. Cristiana Scandura osc – 6. Meditazione

 “TI HO CHIAMATO PER NOME, TU MI APPARTIENI” (GER 43,1).

La chiamata per nome è tipica di Dio: Dio ha un nome, un volto e cerca il nostro volto, ha un cuore, ci dona il suo cuore aperto sulla croce e cerca però anche il nostro cuore: Francesco è rapito dalle parole che gli rivolge il Crocifisso e nel momento in cui entra in sintonia con la volontà di Dio, rispondendo alla chiamata, inizia per lui un’avventura meravigliosa, un cammino di risurrezione.

La chiamata esprime l’intensità dell’amore di Gesù Cristo, la risposta alla chiamata edifica il Regno di Dio e compie nella persona che risponde la realizzazione della santità cristiana che è adesione al progetto di Dio. Ogni vocazione è un incontro con il Signore e nasce dallo stupore di fronte alla scoperta di essere amati in modo preveniente e gratuito da Dio. La chiamata è un’esperienza profonda dell’Amore di Dio. La prima cosa che dobbiamo fare è dunque quella di accoglierlo con gratitudine. È l’amore che cambia la vita, che dà il tono alla vita, che dà l’impronta e la tempra della fedeltà. È il cuore il luogo in cui si incontra Dio.

VOCAZIONE DEI DISCEPOLI E DEI CRISTIANI

La vocazione è il mezzo mediante il quale Gesù raggruppa attorno a sé i Dodici, ma fa sentire anche ad altri un’analoga chiamata. La Chiesa nascente ha subito inteso la condizione cristiana come una vocazione. La Chiesa è la comunità dei chiamati, tutti coloro che fanno parte di essa, sono chiamati alla santità, ma è importante che ciascuno scopra e occupi il proprio posto in essa, secondo il disegno di Dio. Scrive San Paolo: “Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito, vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore, vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti” (1 Cor 12, 4ss) e inoltre: “Dio ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri ancora come evangelisti, altri come pastori e maestri, per rendere ciascuno idoneo a compiere il ministero allo scopo di edificare il corpo di Cristo” (Ef 4, 11-12).

LA CHIAMATA DEI PRIMI DISCEPOLI (Gv 1, 35-51)

Giovanni ci racconta la chiamata dei primi quattro discepoli e in che modo essi giungono, a poco a poco e in modo sempre più profondo a conoscere Gesù. È un crescendo di titoli con cui i discepoli designano il Nazareno: Agnello di Dio, Rabbì, Messia, Figlio di Dio, Re d’Israele. Poiché i discepoli sono simbolo di noi cristiani, nel loro cammino di sequela di Cristo diventa manifesto il cammino che anche noi dobbiamo percorrere. Una cosa che salta subito agli occhi è che ogni volta i discepoli vengono condotti a Gesù tramite degli intermediari. È un’immagine per noi cristiani, che abbiamo bisogno di altri che ci portino a Cristo. Le parole centrali in questo testo sono: “cercare” e “trovare”, “venire” e “vedere”. Il cammino per diventare discepoli è fatto di queste quattro parole. Si tratta di cercare Gesù seguendo l’anelito del nostro cuore. Se cerchiamo troveremo. Ma poi, arrivati da Gesù, dobbiamo vedere, cioè conoscere chi è in realtà e non basterà una vita per conoscerLo, per approfondire la conoscenza della Sua Persona.

I primi due discepoli seguono Gesù poiché hanno dato ascolto all’indicazione di Giovanni il Battista. Gesù si rivolge a loro e domanda: “Che cercate?”. Gli risposero: “Rabbì (che significa Maestro), dove abiti?”. Qui si racconta in apparenza un dettaglio indifferente; ma l’essenziale si nasconde dietro. La domanda fondamentale riguarda quello che vogliamo, o meglio, ciò di cui andiamo in cerca: “Che cosa cerchi?” Questa è la prima frase rivolta da Gesù ad ogni singola persona che desidera seguirLo: “Tu, con la tua vita cosa vuoi? Qual è il tuo più profondo desiderio?”. Quando entro in relazione con Gesù devo fare chiarezza su questo. Gesù conosce ogni singola persona e guarda sin nelle profondità del suo cuore. Non possiamo avvicinarci a Gesù senza essere messi a nudo dal suo sguardo, senza essere posti a confronto con la nostra verità personale. Nell’incontro con Gesù la nostra esistenza viene illuminata e svelata.

VOCAZIONE DI FRANCESCO D’ASSISI

La gioia di essere chiamati per nome e di rispondere: “Lo farò volentieri, Signore”.

È di fondamentale importanza ribadire che la chiamata non ha in Francesco, in Chiara, in noi, il suo impulso, la sua sorgente, bensì in Dio.  “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi” (Gv 15, 16), afferma Gesù. Ogni vocazione è un incontro con il Signore. Vediamo come è avvenuto questo incontro nella vita di Francesco d’Assisi. Francesco viene sorpreso da Dio. Mentre era in cerca di gloria umana, parte per andare a combattere. Ma in sogno il Signore lo induce a tornare indietro, contrapponendo alla gloria umana ricercata da Francesco, una gloria eterna che solo Lui può dare. Quindi è Dio che ha dei progetti su di lui e lo invita a parteciparvi: una sorpresa grandissima che egli ricorderà nella sua ultima volontà, nel Testamento. È proprio quella sorpresa che lo lascia stupito, lo trasforma, lo rende nuovo. Ma la sorpresa più grande fu quella di incontrare Cristo nell’uomo e nell’uomo povero, sofferente e più bisognoso, nel lebbroso. Da quel momento in poi ciò che prima sembrava amaro alla sua natura, gli divenne dolce e viceversa. Il punto decisivo nella sua conversione è l’incontro con il Crocifisso. Ogni vocazione trae origine dall’incontro salvifico con Cristo crocifisso. Mentre è in preghiera Francesco sente le parole di Cristo che gli dice: “Và, Francesco, e ripara la mia Chiesa, che come vedi, sta andando tutta in rovina”. A queste parole Francesco balza in piedi e con tutta la volontà, l’entusiasmo, e lo slancio di cui è capace risponde: “Lo farò volentieri, Signore!”. La conseguenza di questa docilità e obbedienza alla Parola è una mirabile fecondità. Della trasformazione di Francesco infatti si accorgono tutti e moltissimi, da lì a poco, vogliono imitare la sua forma di vita, ancora oggi.

Tu HAI SCOPERTO QUAL E’ LA TUA VOCAZIONE?

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Il mistero della chiamata

IL MISTERO DELLA DIVINA CHIAMATA – Sr. Ch. Cristiana Scandura osc – 5. Meditazione

LA VOCAZIONE, INCROCIO DI SGUARDI

Vocazione è sentirsi avvolti da uno sguardo d’amore e abbracciati dall’Eterno. Ma spesso lo sguardo umano non incrocia quello divino e si ferma solo alle cose di quaggiù. Quando il Signore chiama invita prima di tutto ad entrare in uno speciale rapporto con Lui e solo dopo affida una missione. Nel racconto evangelico del giovane ricco non scatta questa relazione e pertanto va a vuoto anche l’invito del Maestro (Mc 10,17-27). Meditiamo su questo episodio.

“Tutto questo l’ho sempre fatto” (cfr Mc 10, 20).

Il giovane che si avvicina a Gesù sembra lanciatissimo sulla via del bene. Mentre gli altri si accostano al Signore per metterlo alla prova o chiedergli la guarigione dalle malattie, lui invece lo cerca per sapere qualcosa della vita eterna. Il terreno era fertile, dunque, ma anche pieno di rovi pronti a soffocare il seme. Quali rovi? Una certa presunzione, anzitutto, che conduce questo tizio a esibire dinanzi a Gesù la sua osservanza cristallina, da sempre! Una sorta di impeccabilità radicale.

“Gesù, fissatolo, lo amò” (Mc 10, 21).

Gesù coglie la parte positiva di questo giovane, non lo rifiuta, magari facendogli notare la sua presunzione. Il Maestro intuisce ciò che gli manca, che è proprio l’esperienza del Suo amore e gli dà la possibilità di sperimentarlo in diretta e in quel preciso istante. Lo fissa negli occhi con uno sguardo tenerissimo e intensissimo di amore per lui, lui solo, come se in quel momento non vi fosse nessun altro sulla faccia della terra. Perché così ama Dio, quel Padre che sa contare solo fino a uno. Quell’uno è ogni uomo, sei tu… e ogni vocazione è questo abbraccio di amore del Creatore che fissa la creatura, evocando quel progetto della creazione pensato apposta per essa, sulla sua misura, e firmato dall’Eterno! Vocazione è sentirsi avvolti da questo sguardo, quasi abbracciati da esso.

“UNA COSA SOLA TI MANCA…” (Mc 10, 21).

In fondo questo giovane è già a buon punto, gli manca solo una cosa, dice Gesù, rivolto forse anche a noi, che riusciamo sempre a complicarci la vita, pensando che dobbiamo fare chissà che per seguire il Maestro e accoglierne la chiamata. E invece basta una cosa sola, una scelta unica che potrebbe però cambiare tutto e togliere ogni tristezza, perché significherebbe aver trovato l’essenziale, ciò che carica di senso la vita e che nessuno ci potrà portare via; e assieme vorrebbe dire aver identificato ciò che ci trattiene ancora e non ci fa essere liberi di scegliere e di fare scelte anche un po’ folli, nate dalla gioia di quell’abbraccio.

“…va’, vendi… dallo; vieni e seguimi”

Ecco l’unica cosa, anche se declinata in 5 verbi, i primi 3 in direzione interpersonale-orizzontale, gli altri due riguardanti il rapporto personalissimo con Gesù. “Udito questo, il giovane se ne andò triste” (mt 19, 22). L’interpretazione abituale motiva il rifiuto con l’attaccamento alle ricchezze da parte del giovane. Forse però il vero motivo vada ricercato più a monte: questo giovane non si era lasciato raggiungere dall’amore di Gesù, i suoi occhi non avevano incrociato quelli del Maestro che lo fissavano; preoccupato di esibire la propria osservanza della legge non si era accorto di quel gesto di amore proprio per lui. Se ne fosse accorto, o fosse stato libero di accoglierlo, avrebbe scoperto l’assoluta sproporzione tra le sue terrene ricchezze e la ricchezza di questo amore, non avrebbe avuto dubbi sulla scelta e sarebbe stato felice! Certo che poi non ha la forza di fare lo strappo: è solo la certezza di essere amato, che dà energia e coraggio di fare cose che sembrano impossibili. Altrimenti c’è un’unica alternativa: la tristezza o la sensazione di aver buttato via un’occasione unica. È l’afflizione di questo giovane che se ne va sconsolato: giovane molto più triste che ricco. (Continua)

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Il mistero della chiamata

IL MISTERO DELLA DIVINA CHIAMATA – Sr. Ch. Cristiana Scandura osc – 4. Meditazione

“SULLA TUA PAROLA…” (LC 5, 5).

Ogni vocazione è la storia di una povertà riempita di grazia.

Luca dà una versione della chiamata dei primi discepoli in parte diversa da quella di Giovanni: la colloca dopo la descrizione di una prima attività pubblica di Gesù e all’interno di un episodio prodigioso (la pesca miracolosa), dandole più dinamismo e una motivazione più plausibile, legata non solo al fascino della persona del Maestro, ma all’esperienza soggettiva della potenza della sua parola. “Abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla” (Lc 5, 5). Per cominciare, l’esperienza del nulla è importante e non può mancare, è purificazione e benedizione. Dio è attratto dal nulla dell’uomo! Pietro già conosceva Gesù come Rabbì, lo aveva sentito parlare e visto operare prodigi, c’era una certa familiarità tra i due se Gesù usò la sua barca per parlare alla folla. D’altro lato l’esperto pescatore ben sapeva che quella non era giornata per la pesca, vista l’inutile fatica notturna. Ma ora, dinanzi alla provocazione del Maestro, scatta in lui qualcosa di assolutamente nuovo, qualcosa che sa di sfida o scommessa, ma che anche dice fiducia e abbandono, qualcosa di decisivo, che Pietro attendeva, forse senza saperlo. Non vi possono essere altre motivazioni nel progetto di seguire il Maestro al di fuori di quella Parola da cui ci si sente chiamati. Non le proprie doti, i sogni, la carriera…, così come non possono impedire la chiamata le proprie paure, reticenze, incapacità… La Parola del Signore, ovvero il fatto che sia Lui a chiamare, è l’unica certezza e forza che spinge il giovane chiamato a non tirarsi indietro.

“LE RETI SI ROMPEVANO… E LE BARCHE QUASI AFFONDAVANO” (Cfr Lc 5, 6).

Che bello lo stile iperbolico evangelico! Ma non avevano faticato tutta la notte senza pescare nulla? È il prodigio dell’incontro tra il nulla dell’uomo e il tutto di Dio, già altre volte evidenziato nelle scritture sante. Come quando l’orcio della vedova dei tempi di Elia si riempie misteriosamente di olio, o i 4 pani e 2 pesci di un ragazzo diventano cibo che sazia una moltitudine, o l’acqua a Cana si trasforma in vino pregiato… È la storia di ogni vocazione: storia di una povertà riempita di grazia, dell’impossibile umano che diviene possibile in Dio, di una debolezza che diventa forza! “Signore, allontanati da me che sono un peccatore” (Lc 5, 8). Che strano! Invece di godere per il prodigio operato da Gesù, e magari sfruttarne i vantaggi, Pietro è indotto a riconoscere la propria miseria. Ma forse le due cose non sono in contraddizione tra loro: chi si apre alla grandezza dell’Eterno, coglie al tempo stesso tutta la propria nullità; ma senza disperare. Ed ecco di nuovo la condizione che autentica la scelta vocazionale: riconoscere che la chiamata viene da Dio, che non è per niente motivata dai propri talenti o meritata dalle virtù, né è atto eroico; perché è solo risposta, piccola e insieme inevitabile, a un atto di amore previo, grande e continuo nel tempo. “Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini” (Lc 5, 12). Pietro ha paura, come ogni chiamato nella Bibbia. E Gesù ha un singolare metodo per rispondere alla sua paura: rincara la dose, quasi aumenta ancor più la portata della sua proposta, da Pietro solo vagamente intuita. Diverrà pescatore di uomini! E non è che l’intuizione si chiarisca, semmai si fa ancor più misteriosa. Ma che importa? Ciò che conta è che a questo punto sparisce la paura, per fare spazio all’abbandono fiducioso alla Parola di Dio.

“TIRATE LE BARCHE A TERRA, LASCIARONO TUTTO E LO SEGUIRONO” (LC 5, 11).

Pietro non risponde nulla alla proposta di Gesù, né chiede alcuna spiegazione. Né lui, né gli altri. Di fronte a un’esperienza come questa non ha senso discutere. C’è solo da tirare le conclusioni logiche: lasciar tutto e seguirlo. Due verbi radicali, che sono gli elementi costitutivi della vocazione e che non possono essere disgiunti per nessun motivo. Si lascia tutto per essere liberi di seguirlo, si segue Lui come il bene più grande e dunque si lascia tutto il resto. Altre reti attendono. Per altri mari…

TUTTO O NIENTE. LA RADICALITA’ DELLA CHIAMATA.

Le radicali esigenze della chiamata a seguire Gesù a volte sembrano scoraggiare anziché invogliare alla vocazione. Infatti la vocazione non è mai “soft”.

Gesù sta andando verso Gerusalemme ove si compirà la sua missione. È il momento decisivo, quello in cui anche il suo insegnamento assume contorni definitivi e si precisa nella sua portata la chiamata di chi lo segue.

Per questo l’episodio narrato da Luca – dei tre candidati al discepolato, posti dinanzi alle esigenze del Regno lungo questo cammino (cfr Lc 9,57-62) – ben si adatta alla nostra riflessione sulla drammatica possibilità di non rispondere alla chiamata del Signore, al di là di una apparente disponibilità. Tutti e tre i personaggi qui descritti sembrano bene intenzionati; addirittura il primo e il terzo si fanno avanti loro stessi con sicurezza (“Ti seguirò…”), ma poi l’evangelista non rivela quale risposta abbiano dato alle esigenze indicate da Gesù.

Un motivo in più per sentirci coinvolti e interpellati noi stessi nelle nostre indecisioni vocazionali.

“LE VOLPI HANNO LE LORO TANE, MA IL FIGLIO DELL’UOMO…” (LC 9, 58).

Il primo dei tre personaggi usa proprio una bella espressione, spesso citata nei vari corsi di animazione vocazionale. “Ti seguirò dovunque tu vada”, laddove l’avverbio pare voler dire una disponibilità a 360 gradi: in ogni caso, per qualsiasi strada, fino alla fine… Ma Gesù, stranamente, pare non cogliere con entusiasmo l’offerta. Anzi, ribatte prospettando scenari scoraggianti, condizioni di vita proibitive: se le volpi hanno le tane “il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”. È la radicalità più piena, che tocca un’esigenza umana tra le più elementari e universali: la “casa”, simbolo quanto mai espressivo di un luogo che sia mio e ove io possa essere me stesso, ove ritrovare le mie radici e la mia identità, di cose che mi appartengano, di uno spazio cui possa dare la mia impronta caratteristica, che mi accoglie e rilassa…

Tutte esigenze legittime, ma anzitutto la chiamata che viene dal Signore va oltre, non si ferma al livello della “sistemazione”, non pone al centro della vita le esigenze della persona del chiamato. Inoltre, Gesù è preoccupato che il messaggio sia chiaro: la vocazione viene da Lui, è il Maestro che chiama, non il singolo che si autocandida, magari presumendo di avere tutti i requisiti per meritare la chiamata. La vocazione cristiana è questione di amore: Dio chiama perché ama.

“LASCIA CHE I MORTI SEPPELLISCANO I LORO MORTI…” (MT 8, 22).

Gesù prende l’iniziativa nei confronti di questo giovane con un perentorio “Seguimi”, che sembra non ammettere reticenze. Il chiamato infatti non dice di no, pare accettare, ma ha una richiesta, del tutto comprensibile: quella di andare a seppellire il padre. E si prende una risposta delle più ardue dell’intero Vangelo: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti”. Gesù è uno strano animatore vocazionale, non fa nulla per sedurre e ingannare, pur di strappare un assenso. In alcuni casi, come qui, la mette giù veramente dura, andando quasi contro un comandamento o una legge naturale. Ma chi sono i “morti”? Sono coloro quelli che rifiutano di accogliere la vera Vita che è Cristo. Gesù chiede di non seguire costoro, di non accontentarsi di sopravvivere, di non andar dietro a mercanti di morte e di infelicità, e vivi, ma di assaporare la vita vera e sovrabbondante che solo Lui può dare.

E allora la frase di Gesù non suona più pessimista e lugubre, ma è quanto mai pertinente in una cultura di morte come la nostra, che illude e seduce i giovani con false promesse di felicità, ma regala alla fine solo frustrazione e disincanto, depressione e a volte disperazione.

“NESSUNO CHE HA MESSO MANO ALL’ALATRO E POI SI VOLGE INDIETRO…” (Lc 9, 62).

In questo terzo caso c’è un giovane che si propone, come il primo, ma frapponendo una condizione: “Ti seguirò, ma lascia che vada a congedarmi prima da quelli di casa” (Lc 9, 61). Sembrerebbe anche questa una domanda legittima, eppure anche qui Gesù replica che seguire Lui esige radicalità e urgenza. Quando il Signore chiama, dà anche la grazia di rispondere alla chiamata. Come diceva e pregava Sant’Agostino: “Dona quel che comandi e poi comanda pure quel che vuoi”. (Continua)

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Il mistero della divina chiamata

IL MISTERO DELLA DIVINA CHIAMATA – Sr. Ch. Cristiana Scandura osc – 3. Meditazione

 DECIDERSI

Viste le condizioni preliminari e chiarita la centralità della imprescindibile relazione con Cristo, rimane ora un passo fondamentale: decidersi. Tale tappa, apparentemente più facile nella scelta della vita di coppia, diviene talora insormontabile nella risposta ad una chiamata alla vita consacrata o sacerdotale. La paura prevale sull’abbandono, l’ansia di sbagliare sulla tempestività della scelta, la “scusa” (che molte volte consiste nel fatto che “non tutto è chiaro” o “potrei sbagliarmi” o “non sono degno\a”) sull’evidenza di alcuni segni.

Occorre tenere presente che il discernimento implica una decisione che riguarda ciò che si deve fare adesso. Dio ci pone la scelta “qui e ora”. L’invito consiste nel mettersi in cammino, scelta dopo scelta, e lasciare che Dio continui a orientare e a guidare. Ciò richiede generosità e coraggio. Dio chiama ciascuno di noi a seguirlo sulle stesse orme di Abramo il quale “partì senza sapere dove andava” (Eb 11,8). Altrimenti che “fidarsi” sarebbe se conoscessimo già la destinazione e le conseguenze del nostro camminare?

«Non abbiate paura! Lasciatevi “afferrare” da Cristo. Egli guarda ciascuno di voi negli occhi e, fissandovi, vi ama. É uno sguardo di predilezione, che sceglie e chiama. Uno sguardo che scruta e giunge fino al cuore del vostro cuore, dove dice: “Ti ho amato di un amore eterno. Vieni e seguimi!”. Ascoltate questa voce e assumete le vostre responsabilità nella Chiesa per la dilatazione del Regno di Dio nel mondo” (Don Pascual Chavèz). Ognuno di noi, in questo grande corpo che è la Chiesa, ha una missione ben precisa nella quale troverà la propria pienezza di vita. Occorre aprire le porte a Cristo! Lasciare che sia Lui ad avere la signoria del nostro cuore… ed Egli ci indicherà il sentiero della vita (Cfr. Sal 16, 11).

Solo nell’accoglienza della volontà del Padre si trova la pienezza della gioia e della vita.

VOCAZIONE DI FRANCESCO D’ASSISI

La gioia di essere chiamati per nome e di rispondere: “Lo farò volentieri, Signore”. È di fondamentale importanza ribadire che la chiamata non ha in Francesco, in Chiara, in noi, il suo impulso, la sua sorgente, bensì in Dio.  “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi” (Gv 15, 16), afferma Gesù. Ogni vocazione è un incontro con il Signore. Vediamo come è avvenuto questo incontro nella vita di Francesco d’Assisi. Francesco viene sorpreso da Dio. Mentre era in cerca di gloria umana, parte per andare a combattere. Ma in sogno il Signore lo induce a tornare indietro, contrapponendo alla gloria umana ricercata da Francesco, una gloria eterna che solo Lui può dare. Quindi è Dio che ha dei progetti su di lui e lo invita a parteciparvi: una sorpresa grandissima che egli ricorderà nella sua ultima volontà, nel Testamento. È proprio quella sorpresa che lo lascia stupito, lo trasforma, lo rende nuovo. Ma la sorpresa più grande fu quella di incontrare Cristo nell’uomo e nell’uomo povero, sofferente e più bisognoso, nel lebbroso. Da quel momento in poi ciò che prima sembrava amaro alla sua natura, gli divenne dolce e viceversa. Il punto decisivo nella sua conversione è l’incontro con il Crocifisso. Ogni vocazione trae origine dall’incontro salvifico con Cristo crocifisso. Mentre è in preghiera Francesco sente le parole di Cristo che gli dice: “Và, Francesco, e ripara la mia Chiesa, che come vedi, sta andando tutta in rovina”. A queste parole Francesco balza in piedi e con tutta la volontà, l’entusiasmo, e lo slancio di cui è capace risponde: “Lo farò volentieri, Signore!”. La conseguenza di questa docilità e obbedienza alla Parola è una mirabile fecondità. Della trasformazione di Francesco infatti si accorgono tutti e moltissimi, da lì a poco, vogliono imitare la sua forma di vita, ancora oggi.

ASCOLTARE I DESIDERI DEL CUORE

In ogni storia vocazionale è importante sottolineare che spesso la persona incomincia a chiedersi qual è il progetto di Dio su di lei dopo aver capito e accolto il desiderio più profondo che si ha nel cuore e che accomuna tutti gli uomini: il desiderio di essere felice, di “centrare il bersaglio”, di realizzarsi, non solo dal punto di vista lavorativo o in qualche altro aspetto circoscritto, ma facendo di tutta la propria vita qualcosa di grande. Spesso si cerca di appagare questo desiderio con mille surrogati ma solo Cristo riesce a colmare d’amore il cuore umano, anzi a farlo traboccare! Ogni uomo ha in cuore il desiderio di felicità. A volte però non è facilmente riconoscibile, soprattutto per chi è un po’ “duro d’orecchie”. Per questo è necessario andare in profondità per riuscire a capire che all’origine di ogni nostro desiderio vero e profondo c’è Dio. Non solo. Può sembrare strano ma anche dietro ai desideri più mondani e illeciti si nasconde il bisogno profondo e vitale di sentirsi amati e di amare in maniera totale e incondizionata, proprio come ci ama Cristo. Così come dietro ogni evento della nostra vita, ogni tribolazione, ogni incontro si nasconde il “filo rosso” della Provvidenza Divina che tutto dispone per un fine di amore. Ogni cosa è predisposta perché la creatura aderisca al Creatore. Bisogna dunque, scrutarsi dentro, facendo memoria della nostra storia personale, come luogo che contiene il mistero di Dio e attendere in preghiera un “sussurro divino”. Ogni nostro desiderio rivela un po’ della verità della nostra persona, le aspirazioni più profonde, ciò cui probabilmente siamo chiamati a divenire. Occorre dunque “scavare il desiderio”, per giungere a identificare che all’origine di ogni nostro desiderio vi è l’unico desiderio di Dio, di vedere il Suo volto e di realizzarsi nella Sua prospettiva. (Continua)

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Il mistero della divina chiamata

IL MISTERO DELLA DIVINA CHIAMATA – Sr. Ch. Cristiana Scandura osc – 2. Meditazione

VOCAZIONE E DISCERNIMENTO

Conoscere e rispondere alla vocazione è la questione centrale della vita di ogni persona, soprattutto negli anni giovanili. Il discernimento, e la conseguente decisione, non si improvvisa. Ha bisogno di alcune condizioni senza le quali si rischia di girare a vuoto.

Prendendo lo spunto dalla Bibbia, possiamo osservare che la nozione di chiamata è centrale per descrivere la persona umana nel suo rapporto con Dio. I patriarchi, i profeti, gli apostoli hanno iniziato la loro missione obbedendo a una chiamata di Dio.

Spesso si è trattato di un evento non esente da timore per le implicazioni che comportava, poiché essi erano coscienti della loro debolezza, erano per questo restii ad accettare.

Mosè diceva di essere impacciato di lingua, Geremia diceva di essere troppo giovane, Isaia di essere un uomo dalle labbra impure, Pietro di essere un peccatore. Sapevano tuttavia di essere stati scelti e chiamati da Dio ed erano coscienti che il suo aiuto e la sua grazia sarebbero stati per loro sufficienti.

Il termine vocazione esprime spesso la missione a cui uno è chiamato da Dio, ma il suo significato va oltre ciò che si è chiamati a fare: prima ancora della missione, esprime ciò che la persona è chiamata ad essere. In ultima analisi la vocazione definisce la persona così come Dio vuole che sia. L’importante per ognuno è saper discernere la propria chiamata. Tale processo di discernimento richiede alcune “condizioni”, ricordando che la vocazione non è solo missione, ma prima di tutto invito ad entrare in una relazione d’amore con Dio.

Se si vuole realmente giungere a conoscere ciò che Dio desidera da ciascuno, ci vogliono alcune condizioni indispensabili. È bene che questo percorso sia fatto con l’aiuto di una guida spirituale, una persona sapiente e di preghiera.

Prima condizione: la capacità di riflettere sugli avvenimenti ordinari della propria vita. Il discernimento richiede infatti una particolare sensibilità verso il proprio mondo interiore e la capacità di riflettere su ciò che si sperimenta e si vive. L’azione di Dio può essere sottile e rimanere spesso anche irriconoscibile fintanto che non si presta ad essa un’attenzione nella calma. Purtroppo oggi viviamo in un mondo di rumore che non è solo quello della strada, ma anche quello che ci creiamo con la televisione, la radio, i CD o i registratori; rumore che riempie ogni momento della giornata. Se si vuole riflettere con calma sulla propria vita bisogna prendere le distanze da questo rumore e ricercarsi spazi e tempi di silenzio esteriore ed interiore.

Seconda condizione: la capacità di descrivere ciò che si sperimenta. Bisogna quindi andare al di là di una semplice presa di coscienza degli avvenimenti per sviluppare la capacità di sentire le risposte da dare. Si tratta di trovare le parole adatte per descrivere ciò che si prova, ma le parole da sole non bastano; più importante è che si incominci a capire e valorizzare il modo con cui Dio è all’opera nella propria vita. Si prenderà allora coscienza che ci sono anche altre forze all’opera che cercano di distogliere da Dio e dal rispondere al suo amore. Come avvenne, per esempio in sant’Ignazio che, mentre era in ospedale, leggendo la vita di Cristo e dei santi, si sentiva fortemente attratto da questi racconti, ma poi avvertiva che i suoi pensieri vagavano lontano facendogli immaginare di essere un valoroso cavaliere e di compiere gesta eroiche, anche se, come egli confessa, questi pensieri lo lasciavano poi vuoto e triste. Può essere utile per favorire questo processo tenere un diario spirituale quotidiano e scrivere la propria autobiografia o confrontarsi con regolarità con la propria guida spirituale.

Terza condizione: la fedeltà alla preghiera personale. Il discernimento della vocazione non consiste soltanto nel giungere a un prudente giudizio circa il proprio futuro. Si tratta piuttosto di entrare nel movimento dell’amore di Dio e di stabilire una relazione sempre più profonda con questo Amore. Ora, ciò che nutre e favorisce questa relazione è proprio la preghiera.

Occorre tuttavia tenere presente che la preghiera non riguarda tanto, ciò che noi vogliamo dire a Dio, essa comincia non con il parlare, ma con l’ascoltare. L’intenzione profonda deve essere quella di sviluppare un atteggiamento di preghiera che pervada tutta la vita quotidiana.

Quarta condizione: la conoscenza di sé. Bisogna cioè che ciascuno guardi dentro se stesso e riconosca la trama del disegno di Dio nella propria vita: il modo in cui persone significative, eventi e decisioni hanno cooperato a plasmarla. Inoltre, è importante che sappiamo riconoscere le lotte e i conflitti, le forze e le debolezze, le speranze e le paure presenti nella nostra vita. Che cosa veramente riteniamo importante. In una parola, è necessario che la persona conosca se stessa.

Un passo ulteriore consiste nel conoscere i propri desideri più profondi. La domanda che Gesù rivolse ai due discepoli del Battista “Che cercate?” (Gv 1,38) deve sentirsi rivolta a tutti coloro che vogliano discernere la propria vocazione. Cosa desideriamo nel profondo del nostro cuore? Siamo attirati primariamente dal sacerdozio, dalla vita religiosa, dal matrimonio o da una delle tante forme di servizio nella Chiesa?

Quinta condizione: l’apertura a Dio e alla Sua volontà. È importante che conosciamo i nostri desideri più profondi e siamo capaci di avere grandi ideali circa il nostro futuro. Ma è altrettanto importante che siamo veramente aperti a Dio e abbiamo la docilità interiore di accettare come e dove Dio ci vorrà orientare. E si tratta di scoprirlo nella realtà di tutti i giorni.

Non vi è possibilità di discernimento vocazionale a prescindere dal rapporto con Cristo.

Abbiamo un esempio grande e recente nella testimonianza lasciataci da S. Giovanni Paolo II, non sfugge a nessuno che tutta la sua vita ruotava attorno al Cristo: su di Lui si appoggiava, Lo annunciava in ogni sua parola, Lo testimoniava in ogni suo gesto, con lui ha camminato in ogni stagione della sua esistenza. Senza l’esplicito riferimento a Cristo, la vita e il ministero del papa polacco rischia di non essere compresa appieno, anche se ammirata e stimata.

Ciò sta a dire che la scelta vocazionale scaturisce dalla scelta di Cristo e che nella scelta della propria vocazione la scelta di Cristo trova il suo habitat in cui maturare sempre più. Ha scritto il Giovanni Paolo II nel messaggio per la 42° Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni: «Chi apre il cuore a Cristo non soltanto comprende il mistero della propria esistenza, ma anche quello della propria vocazione, e matura splendidi frutti di grazia […]. Carissimi ragazzi e ragazze! Fidatevi di Lui, mettetevi in ascolto dei suoi insegnamenti, fissate lo sguardo sul suo volto, perseverate nell’ascolto della sua Parola. Lasciate che sia Lui a orientare ogni vostra ricerca e aspirazione, ogni vostro ideale e desiderio del cuore».

Senza questo incontro personale con il Cristo difficilmente potranno nascere e svilupparsi le vocazioni, soprattutto quelle di speciale consacrazione. Ce lo ricordava Paolo VI, in uno dei suoi ultimi messaggi per la Giornata Mondiale per le Vocazioni: «Nessuno segue un estraneo, nessuno dà la vita per una persona che non conosce. Se c’è crisi di vocazione, non è perché c’è innanzitutto crisi di fede?». Scaturisce di qui il primo e urgente impegno: incontrarsi con Cristo! (Continua)

Sr. Ch. Cristiana Scandura osc

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